USA, attirare le donne nell’informatica

La significativa immagine del New York Times, da cui traspare immediatamente la cura, anche ambientale, con cui sono realizzate le università, anche grazie alle loro molto maggiori disponibilità finanziarie rispetto al sistema italiano che, letteralmente, le affoga.
La significativa immagine del New York Times, da cui traspare immediatamente la cura, anche ambientale, con cui sono realizzate le università, anche grazie alle loro molto maggiori disponibilità finanziarie rispetto al sistema italiano che, letteralmente, le affoga.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 24/07/2014
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Alcuni tra i più prestigiosi atenei statunitensi hanno deciso di invertire la tendenza e far sì che un numero sempre più importante di ragazze e donne si rivolgano all’informatica.

Secondo alcune statistiche, negli Stati Uniti solo il 18 per cento dei lareati in informatica sono donne, una quota molto inferiore rispetto al 37 per cento del 1985. Ma alcune tra le migliori università americane desiderano invertire questa tendenza e lo stanno facendo con pieno successo.

Alla Carnegie Mellon, racconta il New York Times, adesso il 40 per cento dei nuovi studenti che sceglie la scuola di informatica è costituito da donne. All’università di Washington quest’anno si sono laureate in informatica donne in numero pari al 30 per cento. E all’Harvey Mudd College il 40 per cento degli, anzi, delle specialiste in ingegneria informatica sono donne.

Per raggiungere questo obiettivo, le università si sono impegnate su vari fronti. Negli Stati Uniti un laureato/a in informatica o, meglio, in ingegneria informatica ha molte prospettive: forti di questo, le università più all’avanguardia hanno iniziato con l’avere programmi di collaborazione con partner interessati, come Google, alla “coltivazione” dei migliori studenti.

Alla Harvey Mudd hanno affinato la comunicazione, inserendo nelle brochure un maggior numero di foto che ritraggono donne, un passo sino a oggi mai fatto. La Carnegie Mellon, notando che gli uomini ottenevano più facilmente supporto informale, come il chiedere l’affiancamento a uno studente più esperto o consigli, ha avviato programmi di informazione, comunicazione e addestramento iniziali gestiti da donne già laureate o laureande per ridurre questa differenza. Inoltre, ha rimosso il prerequisito di accesso ai corsi – finora presente – di avere già una pregressa esperienza di programmazione, rimuovendo così uno dei maggiori ostacoli visti dalle future studentesse.

Ma anche a Washington le cose sono migliorate. L’ateneo ha completamente revisionato i programmi dei corsi e il modo in cui sono comunicati, ponendo in risalto non solo le possibilità meramente scientifiche – come fatto sinora – ma anche gli sbocchi creativi offerti dalla professione. Il risultato che ora il 37 per cento degli iscritti sono studentesse.

Il quotidiano newyorkese fa notare, tuttavia, che a differenza di quanto creda l’opinione pubblica, a Silicon Valley la situazione non è così “rosea”. Le impiegate tecniche di Google, per esempio, sono solo il 17 per cento; quelle di Facebook appena il 15 per cento.

Per invertire questa tendenza, insiste il quotidiano, è anche necessario un “upgrade” culturale all’interno delle organizzazioni, capace di far sentire le donne maggiormente a proprio agio nel confrontarsi con una realtà, vista dall’esterno, che per il gentil sesso può apparire poco accogliente.

Marco Valerio Principato

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Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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Commenti (locali)
  1. Manlio Saccucci ha detto:

    Proprio come da noi… dove abbiamo un comandante fallito che dice agli studenti come gestire il panico. Siamo messi malissimo.
    Saluti
    MS

    • Gentile Manlio,
      per fortuna le cose non stanno proprio come si è letto – purtroppo – su molti quotidiani. In realtà Francesco Schettino non ha “tenuto una lezione”: è solo intervenuto a margine di un convegno di cui era responsabile una vera docente (lo ha spiegato Fanpage.it). In ogni caso, francamente, fosse dipeso da me non so neppure se lo avrei fatto intervenire in modo “limitato”: quell’episodio ha alle spalle troppe questioni da definire e ha prodotto troppi danni. Ciò non toglie che l’università italiana – e lo so bene perché la frequento – sotto molti profili sta messa davvero male.
      Un saluto




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