Rapporti tra ISP e OTT: il caso di Cogent/Netflix

Grafica di Aurich Lawson
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Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 29/10/2014
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Nella prospettiva dell’arrivo di Netflix in Italia, è interessante osservare cos’è accaduto lo scorso anno negli Stati Uniti, dove gli operatori hanno fatto guerra a suon di strozzature di banda.

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Il grafico del traffico di M-Lab (vedi articolo)
Il grafico del traffico di M-Lab (vedi articolo)
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C’è un’interessante lettura su Ars Technica, che riguarda un’evoluzione del caso in cui sono parti in causa Comcast, Verizon e Cogent. Le prime due sono tra le più note aziende di fornitura Internet statunitensi, la terza è pure un’azienda di servizi di fornitura Internet, ma ha la “colpa” di essere tra quelle poche ben disposte da subito ad accettare di essere pagata extra per lasciar passare bene il traffico di Netflix, il produttore multimediale che, a quanto sembra, sta guardando anche all’Italia.

L’interesse deriva dall’esame di un “lotto” (PDF) cospicuo di misure sul traffico di Rete, accumulate nel tempo dal Measurement Lab Consortium (M-Lab). Tali misure analizzano in profondità i dati di banda e di traffico tra quelli che M-Lab chiama “ISP di accesso” e quelli che chiama “ISP di transito”. I primi sono quelli a cui la clientela finale si rivolge per ottenere connettività, mentre i secondi sono quelli che fanno parte del cosiddetto backbone, ossia le famose dorsali in cui passa la maggior parte del traffico.

Nonostante la capacità di Netflix di adeguarsi, in certo qual modo, alle capacità delle reti che attraversa con un’opportuna riduzione della banda (ma anche della qualità video, ovviamente) e nonostante le spavalde affermazioni di YouTube circa la capacità di giungere senza “freni” alla propria utenza – ne avevamo parlato in questo articolo – raggiungere l’utenza con una qualità sufficiente a giustificare il pagamento di un abbonamento non è sempre facile.

Nello specifico, dalle misure di M-Lab è emerso, tra l’altro, che tra maggio del 2013 e marzo di quest’anno la velocità dell’interconnessione tra Cogent e gli altri due provider (Verizon e Comcast), nelle peak hours di massimo impiego di Netflix, è stata drasticamente tagliata giungendo a limiti notevolmente contenuti: 0,5 Mbps, pari a 512 Kbps. Praticamente, la velocità di Uplink di molte ADSL domestiche nostrane.

A soffrire maggiormente di questa limitazione, secondo Ars Technica, sono stati i newyorkesi, i quali – stando a quanto rileva il sito, vedi grafico in colonna – sono stati ben lungi dall’ottenere la minima banda di 4 Megabit, necessaria per ottenere il livello minimo di qualità di cui Netflix si fregia poter offrire.

Netflix è disposta a pagare, sia chiaro: il problema è che, sin quando non l’ha fatto (di nuovo, vedi gradico in colonna, dove si vede chiaramente che da marzo 2014 in poi l’abbondanza di banda è tornata ad esserci), ha trovato – per dirla metaforicamente – i rubinetti quasi del tutto chiusi.

Non è, quindi, banalmente, solo una questione di timore concorrenziale, contro il quale si può fare ben poco se non agire sulla qualità dei contenuti (oppure operare pressioni lobbystiche, come si usa fare in Italia normalmente quando non si hanno altre carte da giocare, dimostrando quella profonda disonestà intellettuale che ci ha ormai reso famosi nel mondo). Non è solo, banalmente, una questione di diritti, sui quali di solito un accordo si trova.

È, invece, una questione di onestà tecnica degli ISP da un lato, e di lungimiranza da parte di Netflix – e degli OTT in genere – dall’altro. Servizi estremamente voraci di banda (lo è Netflix come lo sono YouTube, Vimeo e simili) non possono pensare di non collaborare minimamente alla produzione di autostrade telematiche atte a sostenere i propri bisogni.

Quando si chiede un canone, un abbonamento alla propria utenza – e se Netflix nasce come servizio a pagamento, YouTube è molto vicino a trasformarsi in tale – non si può scaricare il barile e sostenere che se il servizio non è di qualità non dipende dall’erogatore ma dal “trasportatore”. Esattamente come fanno le grandi news outlet, i grandi siti che hanno un disperato bisogno di banda come ad esempio i repository di software, i quali pagano profumatamente i Content Delivery Network come Amazon AWS per ospitare e recapitare i propri contenuti, anche gli OTT dovrebbero quantomeno collaborare.

Dove, naturalmente, per “collaborare” non si può intendere un atteggiamento “mafioso”, del tipo “se non mi paghi il pizzo, non ti faccio passare”: sarebbe la cosa più sbagliata. Si deve, invece, intendere la volontà di promuovere tavoli di confronto sereno, carte alla mano, dove si parli schiettamente delle esigenze da un lato, dei limiti dall’altro, e si cerchi di individuare una soluzione capace di non abbattersi qualitativamente sull’utenza e di gravare equamente su tutte le parti coinvolte.

Il 2015, momento in cui “sembra” che Netflix voglia atterrare in Italia, è vicino. A bel vedere ci corre poco, dice il proverbio: vedremo cosa saranno in grado di fare.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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