Il futuro degli hard disk? Nelle nuvole, dicono

Cloud Storage: vogliono che sia il futuro
Cloud Storage: vogliono che sia il futuro
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 07/01/2015
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I prossimi computer che acquisteremo potrebbero non avere hard disk, o averli molto piccoli. Perché «il futuro è cloud». Siamo certi di sapere di cosa si parla?

Secondo alcuni analisti, interpellati da PC World in occasione della conferenza Storage Visions, che a Las Vegas precede di pochi giorni il ben più famoso Consumer Electronic Show, dobbiamo abituarci a un’idea: i prossimi computer non saranno più dotati di hard disk “capaci”. Ce ne sarà uno, uno solo, di modesta capacità come 64 Gigabyte o giù di lì, probabilmente non aggiornabile, in grado di ospitare il sistema operativo e – forse – alcuni programmi, ma nient’altro: i dati, e molto probabilmente buona parte dei programmi, saranno tutti memorizzati nella nuvola.

La celebre rivista, con il suo linguaggio, purtroppo alimenta l’equivoco che da anni induce in errore i consumatori meno illuminati. L’esordio: «As more and more users store their data on the Internet…», cioè “man mano che sempre più utenti immagazzinano i loro dati su Internet (corsivo di chi scrive)…”. Come ogni buon studioso sa, il concetto di “immagazzinare dati su Internet” non esiste, è un enunciato a dir poco ambiguo e il cui vero significato è “immagazzinare dati nei server di cloud storage per il tramite di Internet sulla base di una relazione commerciale sancita da un contratto di compravendita di servizi”.

È quest’ultima l’operazione che si compie quando si accetta quel modello, non quella di “immagazzinare su Internet“: Internet è un insieme di reti, ma non è una memoria. Come tale, di per sé non è in grado di immagazzinare alcunché, ma solo di consentire il raggiungimento a distanza di risorse sulle quali, materialmente, saranno depositati e ritrovati i dati.

Ciò chiarito, l’intera questione cambia completamente aspetto. Alcuni degli analisti la esaminano dal punto di vista economico: i costi per gli utenti vengono grosso modo a coincidere, dunque non c’è ragione per cui si debbano ancora dotare i computer della possibilità di installare hard disk capaci e/o addizionali.

Altri analisti sentiti dalla rivista sono convinti che gli utenti vorranno continuare a memorizzare localmente almeno i dati più voluminosi (es. film) o di impiego più ricorrente. Altri ancora credono nella progressiva scomparsa delle possibilità di memorizzazione locale sulla scorta dell’osservazione di alcuni dati di fatto: Wi-Fi nelle strutture pubbliche e negli alberghi sempre più disponibile, velocità dei collegamenti broadband e mobili in continua ascesa, fallimento dei modelli commerciali indirizzati, ad esempio, alla “vendita di file MP3” piuttosto che alla fruizione a distanza (vedi ad esempio il “modello iTunes” contrapposto al “modello Spotify”).

Si tratta, come è evidente, di scenari non universalmente applicabili. E questo le industrie lo sanno bene. Non tutto il mondo è l’America: se solo si guarda al nostrano stivale, l’uso del Wi-Fi è senz’altro aumentato, ma non certo quanto occorrerebbe per fare affidamento completo sul cloud storage. Non sono neppure aumentate quella consapevolezza e quella cultura digitale necessarie per servirsi di strumenti del genere di fronte a dati riservati: troppo spesso si sente ancora sostenere l’inutilità della cifratura delle connessioni Wi-Fi e la loro protezione da accessi indesiderati.

La velocità delle connessioni a sua volta è ancora un problema: si parla tanto di fibra, di connessioni velocissime alle reti mobili cellulari, ma i fatti dicono con chiarezza come tali risorse, anche se accessibili per alcuni, siano ancora una chimera per una porzione troppo rilevante di cittadinanze.

La dura realtà, dunque, sembra cozzare violentemente con gli intendimenti che secondo gli analisti stanno accarezzando le industrie, cioè quelli non solo di spingere per computer dotati di memorie di massa minimali e ridurre, conseguentemente, la disponibilità commerciale per l’utenza finale di hard disk addizionali da installare nei propri computer, ma anche di indirizzare l’opinione pubblica verso una fiducia incondizionata – e irragionevole, se così affrontata – verso l’adozione del cloud storage.

Come a suo tempo si è cercato di spiegare su queste pagine, il cloud storage non è il diavolo in persona. È un’idea intelligente, densa di futuro e rappresentativa di una dinamica evolutiva del technium, come lo definisce Kevin Kelly, senz’altro costruttiva a condizione che si conoscano i propri interlocutori e, soprattutto, il reale significato di frasi sibilline come “memorizzare su Internet“, come delineato sopra.

Nella peggiore delle ipotesi, bisognerà imparare – almeno in certi casi, che sono più di quanto si possa immaginare – a crearsi la “propria struttura cloud”. A gestire, cioè, lo spazio di memoria con un modello concettuale molto simile al cloud storage, ma in proprio, e ciò al fine di mantenere il pieno controllo sull’accesso alle informazioni, sulla loro memoria e sulla garanzia di difesa dagli occhi indiscreti dei Big Data.

La prospettiva non è da sottovalutare, a modesto avviso di chi scrive. Al punto di aver deciso di trattare anche questo argomento nella propria tesi di laurea: chi ha orecchie per intendere, intenda. Chi non le ha – o non vuole averle – si prepari a un futuro di accesso alle informazioni alquanto nebuloso, a proposito di “cloud”. E in tutto questo non si è toccato minimamente il tema privacy, di certo non meno importante.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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