Per AT&T la privacy ha un prezzo: 29 dollari al mese

Randall Stephenson, AD di AT&T, in un eloquentissimo quanto inelegante gesto in risposta all'uscita di iMessage di Apple, che «minaccia il nostro flusso di cassa del messaging» (v. nota).
Randall Stephenson, AD di AT&T, in un eloquentissimo quanto inelegante gesto in risposta all'uscita di iMessage di Apple, che «minaccia il nostro flusso di cassa del messaging» (v. nota).
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 23/02/2015
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Il celebre operatore statunitense ha «prezzato» la privacy: se si paga l’obolo la rispetta, se non si paga non la rispetta e sbircia tutto. Non è il solo, purtroppo.

Proprio vero che negli Stati Uniti business is business… la novità infatti è questa: AT&T, uno dei più grandi operatori di telecomunicazioni a stelle e strisce, un po’ come dicessimo Telecom Italia qui da noi, ha iniziato a vendere dei bellissimi abbonamenti Internet in fibra a velocità stratosferiche ai cittadini di Kansas City e Austin, per 70 dollari al mese. Se poi si vuole anche la privacy, cioè nessuno che sbirci nell’attività online svolta da casa – tutta, niente escluso -, tende ancora la manina: altri 29 dollari al mese e passa la paura.

Già, perché se non si è disposti a scucire quei 29 dollari aggiuntivi, AT&T sbircia: controlla tutto quel che si fa, a quali siti si accede, per quanto tempo ci si sta, cosa si legge, come si agisce, quali email si inviano e si ricevono, a quali servizi ci si collega, quanti usi vengono fatti in casa della connessione (es. TV più due computer più due smartphone più un tablet più una console giochi), naturalmente telefonia compresa, giacché con la fibra essa è fornita obbligatoriamente in VoIP. Scopo? Profilare, schedare e vendere ai circuiti di advertising, che potranno così fornire pubblicità mirate.

Simpatico, vero? Infatti il britannico The Guardian non esita a definire l’affare “oltraggioso”. In buona sostanza AT&T, che stando a quanto riporta il quotidiano non è nuova a sficcanasare, dopo essersi servita qualche mese fa di un “supercookie” (avevamo parlato di supercookie anche qui), non contenta ora svolge direttamente della Deep Packet Inspection e, con essa (e con l’aiuto di apparecchiature di rete di cui avevamo abbondantemente accennato: ha recepito la “lezione”), ricostruisce tutto il traffico svolto, indipendentemente dalle proprie impostazioni e da ogni buona volontà nel tenere puliti la cache, i cookie e quant’altro sui propri device. Naturalmente escluso traffico cifrato.

Ma la privacy non dovrebbe essere una prerogativa per ricchi, argomenta il quotidiano. Per di più, viene spontaneo chiedersi se, a questo punto – specie se nessuno interviene – non sia da aspettarsi che gli altri operatori seguano a ruota e facciano lo stesso, tenuto conto che sia Verizon che Sprint, altri due grossi operatori statunitensi, stanno seguendo le orme di AT&T.

Del resto, i fatti hanno dimostrato come i clienti dei servizi Internet, fissi ma soprattutto mobili, siano più che ben disposti a dar via qualche informazione che li riguarda per ottenere in cambio qualcosa, come un’App gratuita o un coupon. Chissenefrega se, poi, nel far questo “cedono” non solo i propri dati personali, ma anche – anzi, soprattutto – quelli di altri: si pensi alla fine che fa ogni rubrica di ogni smartphone Android, in cui ci sono decine e decine di nomi, quando non centinaia, e a nessuno dei quali si è chiesto il permesso di dispersione dei loro dati personali, nel preciso momento in cui si decide di usare WhatsApp o Facebook o simili.

La motivazione di tutto questo “accanimento” nella caccia ai dati, secondo il New York Times, risiede nel fatto che i prezzi praticati dagli operatori sarebbero da ritenersi poco più che incentivi: il quotidiano vuol far intendere che i costi sostenuti supererebbero di gran lunga gli importi ricavati dai canoni di abbonamento e per questo gli operatori sarebbero alla ricerca di ulteriori fonti di profitto da “abbinare” a ciascun abbonamento. L’analisi dei costi svolta su GigaOm parrebbe confermare, tra l’altro, che non solo non sia così facile raggiungere l’opzione necessaria per non essere spiati, ma che il reale prezzo per ottenerla sia anche maggiore.

Il fatto tanto inquietante quanto poco edificante è che leggendo i principali media statunitensi – ad eccezione, forse, dell’analisi di GigaOm che, almeno, un pochino di dita nella piaga le ha infilate – si evince chiaramente un accurato tentativo di riportare la notizia da un lato, ma anche di “attenuare”, in certo qual modo, la gravità della questione dall’altro.

La frequentazione della Rete, dunque, proprio laddove essa è nata, sta assumendo un profilo ancor meno rassicurante del solito. E oggi, in epoca di piena globalizzazione, anche i dirigenti delle aziende del comparto TLC europeo e, naturalmente, italiano, accecati dalle mire di maggior profitto, se non lo stanno già facendo ci metteranno ben poco a immettersi sulla stessa direttrice.

Per chi ha ancora abbastanza intelligenza da realizzare quale oscurità ci attende nel prossimo futuro su questo tema, diventa ben più pressante del solito l’esigenza di adottare delle contromisure. Quali? Non è semplice e soprattutto (purtroppo) è ben lungi dall’essere alla portata di tutti. Diciamo che, piuttosto che pagare 29 dollari al mese ad AT&T o chi per essa, forse conviene pagarli ad un buon fornitore di VPN, così da lanciare un segnale forte all’indirizzo di questi manager rampanti, che saranno anche esperti di marketing e di strategie economiche, ma sono lungi dal disporre dell’intelligenza di una mente predisposta a riflettere sullo scenario con strumenti intellettuali.

Altro che cloud computing a ruota libera, come vorrebbero alcuni. Altro che Smart TV, altro che i risibili suggerimenti del Garante Privacy nostrano, di cui i media nazionali hanno approfittatto per incastonarvi la loro pubblicità. La cosa è molto, molto più grave e da prendersi in considerazione con estrema serietà.

Marco Valerio Principato


Nota: l’immagine in testa è tratta da un articolo di 9to5Mac del 2012, in cui il dirigente lanciava strali contro il servizio di messaging iMessage di Apple, fonte di perdite per l’operatore, e si pentiva di aver lanciato delle formule con dati illimitati per la clientela.

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Marco Valerio Principato (2078 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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