I pensieri della quarantenne Microsoft sull’Open Source

Mark Russinovich, CTO di Microsoft Azure e autore di SysInternals.
Mark Russinovich, CTO di Microsoft Azure e autore di SysInternals.
La Redazione
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Pubblicato il: 07/04/2015
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Anche se a molti sembrerà strano e pur restando con i piedi in terra, l’ipotesi che Windows smetta di essere software proprietario non è del tutto priva di fondamento.

Roma – Non molto tempo fa Microsoft era considerata l’esatta antitesi dell’Open Source: basta pensare a quanta gelosia ha profuso nel custodire prodotti destinati al fallimento come SilverLight. Steve Ballmer chiamava Linux e l’Open Source “un cancro”, Bill Gates non era molto distante da quel parere. Oggi però c’è Satya Nadella a dirigere l’azienda e il punto di vista sembra essere un po’ diverso.

Nadella «aveva sette anni quando un barbuto Paul Allen e il mingherlino Bill Gates dalla faccia allampanata registrarono il marchio; Mark Zuckerberg era ancora nella culla quando la società fu lanciata in borsa nell’85 con il titolo quotato a 21 dollari», racconta Il Messaggero. Di acqua sotto i ponti in effetti ne è passata.

E sembrerebbe proprio che il molto più giovane AD, oggi, dichiari un “nuovo amore” per Linux. Per collegare qualche fatto concreto, ricordiamo che Microsoft ha dato all’Open Source il proprio Framework .NET per sviluppatori e oggi Linux risulta essere il “benvenuto” nel servizio di cloud computing targato Redmond, cioè Azure.

Molti media a questo punto si chiedono se queste riflessioni non possano essere considerate in certo qual modo dei prodromi per la trasformazione di Windows in un sistema Open Source.

Secondo Mark Russinovich, ben noto a chi utilizzava le celebri utility SysInternals e oggi CTO del servizio cloud di Microsoft, non è un’ipotesi assurda. «Senz’altro è possibile», avrebbe riferito il dirigente la scorsa settimana in un’audience presso la conferenza ChefCon tenutasi a Santa Clara (California). Dopo tutto, «è una nuova Microsoft» quella che vediamo oggi.

Tuttavia, nei fatti finora Microsoft non ha scucito un bit di Windows. «Microsoft non ha sottoscritto alcun accordo Open Source né ha modificato alcun modello di business legato a Windows», ha detto un portavoce dell’azienda ad alcune riviste di settore.

Il fatto che se ne parli, tuttavia, testimonia i grandi cambiamenti in cui si sono trovate le grandi organizzazioni operanti nel campo del software e dei sistemi operativi. Rob Enderle, analista di Enderle Group, si dice convinto che «l’Open Source è passato dal rappresentare una minaccia per i dirigenti della mia generazione a un asset vero e proprio per quelle successive dell’ultima quindicina d’anni».

Man mano che i vari Bill Gates e Steve Ballmer se ne vanno in pensione, i dirigenti di oggi pian piano stanno imponendo cambiamenti e vedono l’Open Source con occhio più benevolo. Secondo Enderle, Windows ha tra l’altro bisogno – visti gli ultimi intendimenti – di competere con Android, un’area in cui «essere Open Source è un requisito».

Sommando tutto e pur tenendo conto del passato, l’ipotesi potrebbe non essere più tanto remota, considerando che Microsoft sta in certo qual modo “spostando” il proprio core business: dall’essere incentrato sulla vendita di un prodotto – il sistema operativo – all’essere incentrata sulla vendita di servizi: cloud, software, store. Al punto da essere disposta a dar via Windows 10 anche gratis, pur di incastonare l’utente nei propri walled garden un po’ á la Apple maniera.

Tutto questo obbligherà la casa di Redmond, piaccia al marketing “vecchio stile” o meno, a guardare in modo diverso alla formazione del prezzo, alla fornitura di supporto, al modo in cui un prodotto si considera ancora tale o semplicemente “mezzo” per generare profitti altrove.

Naturalmente, «il semplice cedere all’Open Source un pezzo di software non è la soluzione capace di rendere un prodotto più competitivo», ha fatto notare Al Gillen, analista di IDC, in un’intervista televisiva. «Spostare con successo del codice proprietario nella community Open significa ben più che il semplice postare il codice sorgente pubblicamente», ha detto Gillen. «Ci vuole una community che se ne occupi, che contribuisca agli sforzi di sviluppo e aiuti a condurre in avanti le relative tecnologie».

Ci vorrebbe anche – insiste l’analista – la disponibilità di offerte commerciali di supporto (come fanno già molti) per i sistemi Open e la prospettiva di competere con strutture differenziate di supporto è operazione alla quale occorre essere preparati: la dislocazione della concorrenza, se ci si riflette, “si sposta”.

Del resto i profitti di Microsoft – ma non solo i suoi – si stanno sempre più spostando sui servizi, piuttosto che sulle licenze software: venderne un’ampia collezione – si pensi ad Azure, Office 365, OneDrive, Bing, eccetera – di certo è in grado non solo di produrne, ma anche di scongiurare più facilmente le perdite dovute alla pirateria, un fenomeno che in alcuni paesi, con specifico riferimento a Windows, è ancora di importanza tutt’altro che trascurabile.

Insomma, quando? «Mah, in una decina d’anni probabilmente accadrà, è possibilissimo» ha chiuso Al Gillen di IDC. E forse non ha torto, perché tra dieci anni – cioè quando Microsoft avrà compiuto cinquant’anni, visto che ora ne ha compiuti quaranta – la tecnologia sarà arrivata chissà dove e probabilmente di Windows esisterà solo qualche citazione nei libri di storia dell’informatica.


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