BlackBerry: chi va piano va sano e va lontano

Moti Rafalin, AD di WatchDox.
Moti Rafalin, AD di WatchDox.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 22/04/2015
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Rispetto ad altri giganti, nell’acquisire l’israeliana WatchDox l’azienda canadese sembra investire cifre modeste. Il nodo non è nella quantità, ma nella qualità dell’investimento.

Roma – BlackBerry, costruttore canadese della nota linea di device mobili, ha acquisito l’azienda israeliana WatchDox per un importo compreso tra i 150 e i 200 milioni di dollari con l’intenzione di aprire un centro di ricerca e sviluppo in Israele, sede dell’azienda.

WatchDox, dal punto di vista del prodotto, è una piattaforma enterprise progettata per mettere in condizione gli impiegati di un’organizzazione di sincronizzare e condividere dati tra device diversi, allo stesso momento, e consentendo al contempo agli amministratori di monitorare chi impiega, condivide, scandisce o stampa tali dati. L’intero flusso di lavoro è totalmente cifrato al fine di assicurare che nessuno possa accedere, ad eccezione del personale autorizzato.

WatchDox, come azienda, ha totalizzato 10 milioni di dollari di profitti annuali e ha clienti tra cui vi sono oltre 150 aziende classificate Fortune 1000, comprese le maggiori agenzie federali civili, sei delle maggiori dodici società di investimenti private e la maggior parte degli Hollywood Studios.

Fondata ne 2008 dal suo AD Moti Rafalin e dal Vice President divisione prodotti Noam Livnat, ha ottenuto finanziamenti per 35 milioni di dollari dal presidente Shlomo Kramer, dalle società di investimenti Gemini Israel Ventures, Shasta Ventures, MTVP, Blackstone e altri investitori privati. Tra i suoi azionisti figurano Mickey Boodaei e Rakesh Loonkar, che assieme al presidente di WatchDox Kramer hanno fondato Trusteer, venduta a IBM ad agosto del 2013 per 700 milioni di dollari.

Rispetto alle cifre a cui il pubblico è abituato – si pensi ai 19 miliardi di dollari spesi da Mark Zuckerberg per acquisire WhatsApp – si tratta di somme piuttosto contenute. Quel che è bene sottolineare è che “quantità non coincide con qualità”: l’investimento appena siglato dall’azienda canadese diretta da John Chen testimonia parte del core business di BlackBerry, che sfugge alla maggior parte degli osservatori, anche a quelli di alto livello.

Non solo BlackBerry ha investito in un’azienda di poche chiacchiere e molti fatti, proprio in un paese dove il confronto con la materia è “nel sangue” da vecchia data, ma lo ha fatto nel settore della sicurezza, proprio là dove realtà come Google (in relazione ad Android) se ne preoccupano in modo del tutto marginale e grossolano, realtà come Apple vi dedicano quell’attenta e sorvegliata attenzione necessaria per portare il massimo del valore con il minimo sforzo, e realtà come Microsoft sono “costrette” a “conviverci” e ci si confrontano – inclusa, per certi aspetti, proprio l’acquisizione de quo, vedi grafico in colonna – pur non perdendo mai di vista il mercato di massa, il principale mercato a cui si rivolgono.

Non va infatti dimenticato che l’acquisizione in questione non è una semplice “incorporazione” di tecnologie e know-how, “fagocitate” da un’azienda più grande che ne acquisisce un’altra più piccola per migliorare un proprio singolo settore. Piuttosto, è la “conversione” di quel nucleo di conoscenze in un sistema di ricerca e sviluppo da portare a vantaggio dell’intera azienda compratrice influendo sull’intero marchio, operazione ben diversa.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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