Google Account Personale e privacy, visti da vicino

C'è molto da imparare prima di ritenersi soddisfatti da Google...
C'è molto da imparare prima di ritenersi soddisfatti da Google...
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 03/06/2015
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Parafrasando i titoli di alcuni libri di Giulio Andreotti, cerchiamo di esaminare con maggiore schiettezza la realtà delle proposte del gigante del Web, senza veli.

Roma – Dal 1 giugno 2015 Google ha inaugurato due novità: Google My Account, in italia Account Personale, e il sito dedicato privacy.google.com, dedicato alla parolina magica “privacy”.

Per i dettagli ci si può servire, oltre che delle risorse stesse di Google disponibili in tutte le lingue con commutazione automatica, anche dei molteplici articoli di stampa, dei più importanti dei quali daremo qui qualche cenno.

In linea generale gli organi di stampa si mostrano entusiasti delle novità, ne parlano con un registro linguistico tendenzialmente colto e con lessico specializzato un po’ oltre l’ordinario per il comune lettore: ormai certi termini tecnici non spaventano più in quanto già sentiti molte volte, ma va tenuto presente che ciò non vuol dire conoscerne realmente il significato.

Come sempre, dire la verità fino in fondo è difficile, sia per la stampa che per Google stesso. E nessuno dei due, naturalmente, lo fa: proviamo a vedere di raccontare noi qualcosa in più, così da favorire una lettura critica, strumento principe per acquisire conoscenza.

Per esempio, attenzione ai titoli: «BigG “accontenta” Soro: una pagina web per istruire gli utenti», titola il Corriere delle Comunicazioni. Naturalmente non è proprio così: Google non “accontenta” il dott. Soro1, se mai accontenta una pluralità di enti preposti, non solo in Italia, ma in Europa e in altre parti del mondo, ai quali offre un semplice contentino. Ma, in realtà, non accontenta proprio nessuno: sarebbe del tutto illusorio credere che Google, realmente, adempia fino in fondo ai criteri emanati dalle varie autorità garanti: semplicemente, non può farlo, perché il suo business si basa sulla (accorta e al limite della legalità) violazione della privacy degli utenti.

Del resto: accettereste che Poste Italiane, per consegnarvi gratis le lettere, dichiarasse di aprirle, leggerne il contenuto, richiuderle e quindi consegnarle al destinatario unitamente a un opuscolo pubblicitario legato al contenuto della lettera da voi scritta? No, ovviamente, perché pagate.

Ecco perché aveva ragione Barry Diller nel 2009 e, a seguire (dopo appena sei anni), anche il presidente di Agcom: finita la fase sperimentale e pionieristica, un servizio di posta elettronica serio va pagato, in special modo per attività professionali: quello di Google può essere utilmente impiegato per altro2. E il concetto evidentemente non è così chiaro se illustri studi medici, anche convenzionati, fanno candidamente impiego di Gmail per comunicare con i propri pazienti.

Attenzione – proseguendo nella disamina – agli articoli “duplicati”: per esempio il pezzo di Repubblica e il pezzo del Messaggero dicono sostanzialmente le stesse cose, utilizzando persino enunciati analoghi o, in certe frazioni di frase, del tutto uguali. Nulla di errato sul piano del significato, ma occorre chiedersi quale sia il reale contributo singolo delle due testate: l’ispirazione reciproca è un segnale di scarsa volontà di approfondimento.

Utile anche esaminare i portali orientati alla “diffusione di massa”, come ad esempio quello di Fastweb: «Google Account Personale, ecco cos’è», titola il sito del celebre provider di telefonia e Internet. In realtà non spiega affatto cos’è: piuttosto, con un articolo molto scarno e un linguaggio volutamente semplice e colloquiale, si limita a dare appena un cenno su come funziona. Chi legge quell’articolo non avrà mai la percezione di trovarsi di fronte a un problema a carattere globale: penserà invece che Google “ne ha fatta un’altra delle sue, ma la nostra vita continua come prima”.

Ancor più attenzione va prestata ad articoli apparentemente ben fatti nei quali, però, una certa superficialità riguardo i dati citati a sostegno della propria argomentazione può risultare fuorviante. «Privacy e sicurezza online, Google fa chiarezza» è il titolo de La Stampa.

Le spiegazioni sono semplici e convincenti, il tono è positivo e costruttivo, il che porta il lettore a rassicurarsi. Le “notizie vere” di quell’articolo sono: scoprire «che una foto condivisa su Google Plus può diventare lo sfondo di altri prodotti di Mountain View, e può vederla un pubblico molto più ampio di quello che immaginiamo», quindi che «Nel Google I/O che si è appena concluso, l’azienda di Mountain View ha annunciato che con la prossima versione di Android saranno disponibili controlli più puntuali sulle autorizzazioni fornite alle app» e, infine, che «Secondo un recente studio del Pew Research Center, il 93% di chi usa Internet considera importante controllare l’accesso alle proprie informazioni e il 90% si interessa al tipo di dati personali raccolti, ma solo il 9% ritiene di avere su di essi un controllo completo».

Di queste, la prima può convincere ad andare davvero ad esaminare la miriade di informazioni che Google propone in Account Personale, e va bene; la seconda sarebbe davvero una buona notizia, solo se davvero Google vi desse attuazione e, stante l’architettura del pregresso, è assai difficile crederlo fino in fondo; la terza è smentita su due fronti: il primo è il tacere il fatto che lo studio del Pew Research Center si intitola «Americans’ Attitudes About Privacy, Security and Surveillance», dunque si riferisce alle attitudini americane, e non può certo riferirsi a un comportamento generalizzato a livello mondiale. Il secondo viene dall’osservazione di fatto: se davvero, almeno in Italia, il 90 e oltre per cento delle persone considerasse importante controllare l’accesso alle proprie informazioni e il tipo di dati personali raccolti, allora quello stesso 90 per cento non dovrebbe impiegare del tutto né smartphone Android né applicazioni invasive come WhatsApp, quando invece – è sotto gli occhi di tutti – così non è. E questo lo sa benissimo anche Google, come lo sanno Facebook e compagni di merende.

Non si comprende, infine, da quale fonte Il Sole 24 Ore abbia prelevato il dato secondo cui, per usufruire di certi servizi Google, occorre essere “logati” (sic: voleva dire “autenticati”) e «lo fa meno del 50 per cento di chi usa il motore di ricerca».

È un’affermazione del tutto discutibile, perché Google invece fa del tutto perché ciò accada e, vista la preparazione media dell’internauta medio, è assai difficile credere si tratti di circa la metà. E ciò non solo per una questione di livelli culturali medi inadeguati, ma anche perché Il Sole 24 Ore dimentica un fatto importante: l’ottanta per cento del mercato mobile mondiale è occupato da Android, e in Android – per l’internauta medio – è praticamente impossibile utilizzare qualsiasi servizio Google in modalità non autenticata.

In conclusione, ben venga che Google abbia “centralizzato”, in certo qual modo, tutte le opzioni riguardanti il tracciamento della propria attività, sia per gli utenti autenticati che per i “comuni passanti”, ben venga l’istituzione addirittura di un portale dedicato alla privacy, questo senz’altro.

Ciò su cui è importantissimo non sorvolare non è solo acquisire consapevolezza della natura dei giganti con cui ci si confronta e del loro funzionamento, ma anche adottare atteggiamenti aperti all’apprendimento e dare concreta attuazione ai suggerimenti dei quali, con un minimo di pazienza, ci si può servire per costruirsi un ambiente di navigazione in Rete abbastanza sicuro.

In assenza di questo – e i giganti sanno bene che è quasi sempre così – si tratta di semplici specchietti per le allodole, tra le quali sono comprese anche le autorità, troppo spesso emarginate a semplici ruoli di facciata, piuttosto che ad agenti attivi e costruttivi.

  1. Antonello Soro è presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali.  [Torna al testo]
  2. Per esempio, per soddisfare la richiesta di fornire un indirizzo email a tutte quelle realtà Web che ne pretendono uno, oltretutto funzionante, per fornire i propri servizi. Una simile scelta porta un duplice vantaggio: 1) non si “contamina” la propria casella di posta “reale” (e pagata) con tonnellate di spam e materiale pubblicitario e 2) si fa fare a Google ciò che gli compete: scorrazzare nel mare magnum delle parole chiave e della profilazione, senza per questo concedergli di immischiarsi in questioni realmente delicate, personali, commerciali, industriali, eccetera.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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