Qualità e libertà di informazione: quale futuro?

Non facciamoci illusioni: un tasto del genere non esiste.
Non facciamoci illusioni: un tasto del genere non esiste.
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 01/12/2015
Commenti Commenta | Permalink

L’evoluzione dei mezzi e dei metodi di ricerca, diffusione e fruizione dell’informazione destano qualche preoccupazione: se tutto passerà dalle «App», i lettori cadranno in una gigantesca trappola.

Roma – C’è francamente da preoccuparsi per la qualità e la libertà di informazione del pubblico nel prossimo futuro.

I media tradizionali – si intende sostanzialmente TV – stanno sempre più modellando il proprio palinsesto sulla base del riscontro che ottengono le loro proposte nel mondo dei social media.

I media sul Web, dal canto loro, in questo sono molto agevolati: l’interrelazione con il mondo social è più facile e più immediata perché entrambi “vivono” nello stesso “ambiente fisico”. Inoltre, con l’aiuto degli strumenti software adatti, possono variare il loro palinsesto pressoché in tempo reale.

Per entrambi, l’obiettivo è e resta l’aumento del traffico (sul Web) o dello share (tradizionali), sulla spinta del raggiungimento di target pubblicitari delineati dalle grandi advertising companies che sono, oggi come oggi, la maggior fonte di ricavi.

Questo spinge, tra l’altro, i Web designer a prevedere la presenza di pubblicità molto invasive, e i responsabili della programmazione a decidere per un contenuto piuttosto che un altro, anche laddove questo portasse a una limitazione dell’accesso alle informazioni.

Su questo scenario si stagliano, inoltre, due entità che se, da un lato, portano nuove tecnologie e nuove modalità di fruizione dell’informazione, dall’altro offrono il fianco a una facile manipolabilità delle informazioni diffuse e, di conseguenza, delle masse.

Parliamo, naturalmente, di Facebook, che ha lanciato il proprio sistema di pubblicazione di notizie e contenuti “interno” al proprio portale (con Instant Articles) e di Google (con la Digital News Initiative), che con un investimento relativamente modesto vuole porsi al vertice del flusso di informazioni online proveniente dalle testate giornalistiche e diretto al grande pubblico, fisso ma soprattutto mobile.

Entrambe le realtà – occorre ricordarlo – non nascono per fare beneficenza. Sono entrambe organizzazioni che, nel rigoroso rispetto dei principi del marketing, mirano al profitto per esistere.

Come tali, hanno “l’obbligo” di verificare, migliorare e far crescere sempre la redditività di qualsiasi loro iniziativa e, laddove sia possibile, variarne gli attributi al fine di conseguire continuamente la “crescita”.

Quanto può essere realmente imparziale l’informazione diffusa da un sistema asservito ad una realtà economica le cui scelte editoriali sono legate a doppio filo con il profitto? E quanto può esserlo quella diffusa da un sistema che, da sempre, manipola ciò che si vede in base alle “schede personali” di cui dispone di ciascun proprio utente? E quale, infine, il livello qualitativo di quell’informazione, veicolata da strumenti pronti a manipolarla per fini di profitto?

In certi frangenti più che in altri si comprende meglio qual è stata (e qual è ancora, in parte) la ratio di un sistema normativo che prevede l’accesso dei giornali a un finanziamento pubblico: proprio il raggiungimento dell’imparzialità, la possibilità per tutti di “scegliere” e di ricavare informazioni sulla scorta del proprio pensiero, e non sulle proposte appositamente selezionate per generare ricavi più di altre.

Che poi tale sistema, nel tempo, si sia macchiato di certe colpe, è altra questione: non è venuto meno il principio, non è mancata la ratio. Piuttosto, è mancato un sistema di vigilanza onesto, efficace ed efficiente che impedisse a chi ha progettato uno sfruttamento poco etico delle risorse pubbliche di portare a compimento i propri “loschi” fini.

Tutto questo ha portato a una grande sofferenza dell’editoria giornalistica e ha lasciato spazio ad entità come Google e Facebook che, naturalmente, ne approfittano.

Ha inoltre aumentato la complessità con cui i cittadini devono misurarsi per restare informati, facendo sì che la maggior parte di essi accettino senza alcun senso critico le informazioni proposte dai sistemi preconfezionati (Google News, Apple News Stand e simili).

Non è un caso se oggi tutti i dispositivi mobili propongono il più possibile la fruizione dell’informazione (e dei contenuti) attraverso le App, piuttosto che una fruizione “libera” attraverso un browser.

Quelle che oggi, inconsapevolmente, tutti chiamano “App” (abbreviazione di Applicazioni) sono ciò che, nella vecchia informatica, si chiamavano programmi applicativi, o semplicemente applicativi, per distinguerli dai programmi di sistema che avevano e hanno a che fare con le funzionalità vitali dell’apparecchio su cui funzionano.

Un po’ come se sul computer, dove si cerca di far passare lo stesso concetto (ci stanno provando Microsoft con Windows 10 e Apple con OS-X, ma si scontrano con le realtà “libere” come quella di Linux, che offre termini di paragone), si accettasse l’idea che, per leggere un giornale, fosse necessario impiegare un apposito programma applicativo anziché il normale browser.

Ciò accade perché, se l’informazione è veicolata da un’App anziché dalla “libera navigazione”, il produttore dell’App – eventualmente insieme al produttore del sistema – può non solo manipolare l’informazione molto più facilmente, ma può ottenere anche molte più informazioni circa l’uso che se ne fa: quante volte viene letta, condivisa, commentata, citata, eccetera, con una precisione micrometrica e un livello di dettaglio elevatissimo.

Perché tutto questo interesse? Sempre per lo stesso motivo: far sì che circolino il più possibile solo quelle informazioni che, nel tempo, si dimostrano più redditizie e più capaci di “portare traffico”.

Per questo qui siamo convinti che non si prospetti un futuro troppo roseo per la qualità e la libertà di informazione. Vero è che la Rete, da sempre, crea i suoi “anticorpi” e fa nascere nuove realtà – un esempio per tutti è il c.d. Crowd Journalism, reso possibile da strumenti mediatici prima inesistenti – capaci di resistere alle grandi complessità impenetrabili e gestite sempre dai “soliti”.

Paradossalmente sarà dunque sempre più difficile informarsi davvero, riuscire realmente a scendere fino al “nocciolo” di una notizia e scremarla da tutto ciò che, nel suo attraversamento degli strati di diffusione pilotata dell’informazione, gli si è attaccato addosso in maniera “parassita”, con scopi che nella maggior parte dei casi esulano da quello principale, cioè quello di informare.

Non si creda, dunque, di poter fare a meno di un computer fisso, dove esso sia governato da un sistema operativo “libero”: anzi, è un’esigenza che si prospetterà sempre di più. Almeno per chi non intende lasciare che la ricerca di informazioni, la loro scelta e il loro reperimento siano pilotati da altri.

Marco Valerio Principato

(Download articolo in formato PDF)


Marco Valerio Principato (2067 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


Abbiamo parlato di:
, , , ,

Commenti (Facebook)
Commenti (locali)




Nota: La moderazione in uso potrebbe ritardare la pubblicazione del commento. Non è necessario reinviarlo.