Internet italiana? No, InteLnet cinaliana

Ormai stiamo pressoché così. Del tutto inaccettabile.
Ormai stiamo pressoché così. Del tutto inaccettabile.
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Pubblicato il: 25/07/2017
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Grazie ad un emendamento firmato da Walter Verini (PD), assieme a Giuseppe Berretta e all’ex M5S Mara Mucci (Misto), telefonia e internet sono «spiate» per 72 mesi. E non solo. Da Italia a Cina il passo è breve.

Roma – La scorsa settimana si sono prospettate alcune novità per l’Internet italiana, in particolare per il Web, ma non solo: «con la scusa del diritto d’autore, il PD amplia i poteri di AgCom», così titolava venerdì scorso il Fatto Quotidiano, attraverso la penna dell’Avv. Fulvio Sarzana.

Siamo a fine luglio. Un periodo tipico per molti degli ultimi governi che, come d’abitudine, approfittano del caldo, del clima vacanziero (nonostante la “millantata” crisi) e della generale distrazione del pubblico per infilare tra capo e collo – anzi, per essere più precisi, in un emendamento relativo a una direttiva sugli ascensori, un argomento di una pertinenza esemplare – dei nuovi cerotti da applicare al Web e alla Rete con la (risibile) scusa della tutela del diritto d’autore.

Ma non basta. Se prima i dati telefonici e telematici dovevano essere conservati dai provider per periodi compresi tra sei mesi e due anni, alla chetichella la Camera ne ha approvato l’estensione del periodo di ritenzione ben 6 anni, SEI. Superiore persino alla normale prescrizione. Scusa ufficiale: il terrorismo.

Ovvia la risposta piccata dell’AIIP, l’Associazione Italiana Internet Provider: «Assoprovider come associazione di tutela delle PMI italiane che operano nel settore [sic] del ICT senza entrare nel merito delle gravi violazioni dei diritti costituzionali determinati dall’emendamento Baruffi alla cosiddetta legge Europea 2017 annota come il legislatore italiano abbia la massima sensibilità SOLO per i diritti economici delle multinazionali e trascuri totalmente i diritti economici delle piccole aziende Italiane che vengono chiamate ad operare GRATUITAMENTE e quindi con i propri mezzi economici senza alcuna previsione di ristoro, al solo fine di tutelare i diritti economici altrui».

«Quello che accade è molto semplice», spiega al Fatto Quotidiano Ugo Mattei, giurista e professore di diritto civile all’Università di Torino. «Le aziende saranno in possesso di una massa di dati privati enorme, che ha ovviamente un valore economico alto, visto l’uso commerciale improprio che spesso ne viene fatto e che è molto difficile da controllare. Mentre lo Stato si assicura la possibilità di fare un “profiling” dei cittadini per un periodo di una lunghezza esorbitante. Praticamente ci stanno schedando».

Del resto – ricorda Claudio Messora, ex responsabile comunicazione al Senato e in Europa del Movimento 5 Stelle, poi tornato battitore libero – «ci stavano provando già quattro anni fa e li abbiamo fermati». Era il 2014, esattamente lo stesso pastone, per fortuna poi almeno parzialmente rientrato.

Ma anche prima, quando si parlò su queste pagine della famosa Notte della Rete, quanto si prospettò fu recitato esattamente dagli stessi attori, con lo stesso progetto e gli stessi obiettivi: era il 2011, ma la zuppa era la stessa.

Non ci siamo. Non va bene. Di questo passo l’Internet e le TLC italiane arriveranno presto a somigliare a quelle cinesi. E, nota bene, qui nessuno difende la pirateria, nessuno intende istigare a delinquere, nessuno intende disconoscere il sacrosanto diritto a veder riconosciuto quello d’autore, nessuno intende intralciare le eventuali indagini nei confronti di chi ne fosse oggetto.

C’è anche un’altra cosa, molto importante, che non va: le persone. Sono diventate anemiche e apatiche, non si indignano più – seriamente, non parliamo di banale e vacuo hate speech – e non reagiscono più.

Si lasciano trapanare senza difendersi, lasciano che il “sistema” faccia di loro quel che vuole, forse perché esauste, forse perché non hanno più energie per rivoltarsi contro quel “sistema”, forzato dal neoliberismo capitalistico mondializzato, contro il quale – per chi non ha una certa solidità intellettuale – sembra non esserci nulla da fare.

Del resto – chi scrive lo sostiene da anni – il risveglio delle coscienze è possibile solo attraverso l’elevazione culturale. Non esattamente quel che questo paese, oggi, agevola e promuove. Quel che si sta prospettando all’orizzonte e, in parte, già esistente, è una forma subdola e sorda di dittatura di fatto, altro che democrazia. Alla quale, come sempre, la Rete risponde da sola: esistono le VPN, i domini protetti (già: se ne fanno uso i siti di fake news e gli acchiappaclick, perché non anche altri?), la posta e le chat cifrate davvero (non come WhatsApp), i siti residenti all’estero, i servizi DNS fuori dell’Italia con cui aggirare le goffe e ridicole imposizioni italiane, eccetera.

Ma lorsignori, come sempre, hanno per la testa prima di tutto l’horror culi (cit. dello spassoso editoriale di Marco Travaglio del 25 luglio 2017), figurarsi quanto interessi loro davvero gestire la Rete come si deve, senza sprecare – e far sprecare – tempo, fiato e risorse. E senza dare altri colpi mortali all’imprenditoria italiana (per quel che ne rimane).

Ancora una volta, dunque, gli occupanti di Palazzo dimostrano di essere in errore (anzi, perseverano e reiterano: diabolico, ma tant’è) perché, come più volte s’è detto su queste pagine, di cose della Rete non ne sanno un accidente (escluso quel poco che a loro torni “utile”).

Una Pubblica Amministrazione – come denuncia Massimo Mantellini – che ancora oggi si produce in filmati a risoluzione ridicola e si contorce in acrobazie linguistico-burocratiche per dire, alla fine, che per ogni dipendente si svolgono due ore l’anno di formazione alle nuove tecnologie, dovrebbe fare due sole cose: sotterrarsi da sé dalla vergogna e avere il buon gusto di tacere, piuttosto che produrre l’ennesimo buco nell’acqua.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.

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