Dimmi che browser usi, ti dirò chi sei e non solo

Ormai la guerra è tra pochi.
Ormai la guerra è tra pochi.
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Pubblicato il: 19/08/2017
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Osservare il market share mondiale dei browser Internet fa capire molte cose. Non solo su «chi» è ad usarli, ma anche sul futuro.

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Fig. 1: Il grafico di StatCounter con attivati solo Chrome, Firefox e Internet Explorer.
Fig. 1: Il grafico di StatCounter con attivati solo Chrome, Firefox e Internet Explorer.
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Roma – Nei giorni scorsi Key4Biz twittava «Ripartizione globale dei principali browser nel 2017. Chrome 63,3%, Firefox 14%, Explorer 9,3% (StatCounter)». Be’, non parrebbe esattamente così: secondo il grafico di StatCounter, riprodotto in colonna in figura 1, a luglio 2017 Chrome è al 54,3 per cento, Firefox al 5,73 per cento e Internet Explorer al 3,74 per cento.

Da StatCounter è possibile ottenere anche altri dati: il grafico è interattivo e si possono aggiungere e togliere diversi altri browser (Safari, Opera, Android, ecc.), ma il punto di cui voglio parlare non è questo: mi interessa puntare il dito sul mondo PC e sui più diffusi, cioè Chrome, Firefox, Internet Explorer (ed anche Edge, quello di Windows 10), per poi “scivolare” sul mobile come “estensione” della vita delle persone e sulle scelte che fanno.

Google Chrome

Chrome è un prodotto di Google. Esiste per Windows, per Mac OS, per Linux, per Android e per iOS. È il più usato perché è il più veloce e il più semplice, ma è anche un browser che ha successo perché è costruito sul “modello Google”.

Il “modello Google” prevede che l’utenza, ormai apolide e omologata, si comporti tutta nello stesso modo, faccia le stesse cose, con gli stessi metodi e negli stessi ambienti.

Deve avere “l’utenza Google” e deve “autenticarsi” (cosa facilissima con Chrome: è un’opzione integrata), cioè fare il logon su Google e farsi riconoscere (cioè inserire email e password) prima di fare qualsiasi altra cosa.

Una volta autenticata, con Chrome l’utenza può fare tutto: accedere a Gmail, navigare su Google Plus, fare ricerche su Google Search e Immagini, usare Google Maps e/o Google Earth, utilizzare la suite da ufficio di Google (Documenti, SpreadSheet, Agenda, eccetera), usare Google Drive, farsi riconoscere da altri siti che ammettono l’autenticazione tramite Google (es. Academia.edu, che oltre a Google accetta anche Facebook come metodo di autenticazione), eccetera.

Il tutto, naturalmente, è “esteso” agli smartphone Android: con la stessa utenza, è possibile scaricare le App da Google Play, aggiornare lo smartphone e tutte le App, navigare, chattare, utilizzare Google Now, fare il backup, eccetera.

Tutto molto bello e pratico. Nessuno, però, riflette sul fatto che, in questo modo – come peraltro accade da anni, ma nessuno se ne preoccupa – Google continua a sapere tutto su tutto di tutti, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, minuto per minuto, tanto che si operi da PC, quanto da smartphone.

Google, cioè, dispone della possibilità di stabilire con precisione estrema come influenzare le masse e i singoli, in qualsiasi momento e a qualsiasi scopo, perché ha informazioni dettagliatissime e approfonditissime su tutti coloro che hanno passivamente accettato di vivere secondo il “modello Google”.

Personalmente, da anni ho capito che l’obiettivo di Google era questo e non mi sono lasciato trascinare in questo vortice. Ma la stragrande maggioranza delle persone lo ha fatto e continua a farlo. Senza rendersi conto di aver messo in mano ad una società privata, di diritto statunitense, un potere enorme, pur avendo la possibilità di non farlo, o almeno non del tutto. Se ci sono riuscito io, ci possono riuscire tutti: non sono Einstein, sono uno come voi.

Ma alla stragrande maggioranza di voi non interessa minimamente fare qualcosa per evitare questa planetaria cessione di sovranità nelle mani di Alphabet, la società di Google. Semplicemente perché non c’è la percezione, neppure lontana, di quanto possa essere disastroso un mondo in mano a megacapitalisti apolidi (anch’essi, ormai) che sono, oggi, gli autentici padroni del mondo. Loro lo sono, non i regnanti, non i politici.

Microsoft Internet Explorer

Il browser che ha avuto successo solo perché Bill Gates, quando era il number one di Microsoft, l’ha infilato in Windows. Dunque, trovandoselo pronto, la gente ha iniziato a usarlo. Ma, come è noto, trattasi forse del peggior browser che abbia mai visto la luce, sotto tutti i profili.

Per fortuna sta scomparendo: quel 9,3 per cento si riferisce sostanzialmente alle (non poche) installazioni “residue” di Windows 7, sulle quali è comunque il predefinito.

In realtà è da affiancare ad Edge, ossia il “nuovo Internet Explorer” che mamma ha inserito in Windows 10 e che, attualmente, è all’1,74 per cento. Ciò perché (per fortuna) è ancora scarsa l’adozione di Windows 10: a luglio 2017, secondo StatCounter, è al 36,93 per cento rispetto a Windows 7 che, nello stesso periodo, scende lentissimamente ed è al 45,73 per cento.

Chi utilizza ancora questo browser, escludendo chi è “costretto” per ragioni tecniche, spesso è un completo analfabeta digitale, che non sa neanche cosa sia un browser né ha alcuna intenzione di progredire, per esempio lasciando stare quel che dicono gli altri e iniziando a pensare con la propria testa, trascurando quel che legge sui social (tutte baggianate, in genere) e dedicandosi a letture più proficue, oppure semplicemente – ma si tratta, quando sono autentici, di pochi casi – perché persone non inclini ad alcunché di tecnologico ma “obbligate dai tempi” all’impiego del computer e di Internet.

Questo tipo di persone – fatte salve le debite eccezioni – è il target preferito per truffe, catene di S. Antonio, fake news, applicazioni che ti dicono chi ha letto la tua bacheca negli ultimi 15 giorni e altre castronerie del genere, con ovvie conseguenze.

Microsoft Edge

Vale grosso modo quanto detto per Internet Explorer, salvo le opportune eccezioni che, però, non fanno altro che confermare la regola.

Mozilla Firefox

Lo si può definire – fatti salvi gli aspetti che, a mio avviso, lo stanno portando ad un rapido deterioramento in termini di adozioni – il miglior browser che oggi si possa impiegare. È totalmente personalizzabile, attraverso un uso accorto delle estensioni è possibile renderlo quasi del tutto invulnerabile alle gragnole di colpi che arrivano dalla Rete, in un Web che ha ormai scrupoli pari a zero nel fare razzia di informazioni di ogni tipo.

Come dicevo in un tweet qualche giorno fa:

Diceva Borsellino: «segui i soldi e troverai la mafia». Dov’è il #business di #Sarahah? Segui i dati e lo saprai. VUOLE I CONTATTI! Tiè!!!

Evidente il riferimento al gran rumore che c’è stato sull’App Sarahah, che tutti si sono precipitati a considerare la panacea senza ragionare minimamente sulla realtà. Oggi, è di tutta evidenza, siamo nell’era in cui ciò che conta (e che paga) sono i dati, prima di tutti i dati. Quindi bisogna averli, ad ogni costo, anche con la “violenza” (informatica, s’intende).

Firefox, come browser, avrebbe tutto per essere l’unico strumento di navigazione oggi utilizzabile in piena sicurezza, magari evitando l’uso di Windows e dando la precedenza a Linux o, in subordine, a Mac OS-X. Peccato però che Mozilla, ultimamente, abbia intrapreso un percorso per me assai poco chiaro alle spalle del prodotto. Aggiornamenti continui, frequentissimi, ogni tanto cambiano gli standard per cui le estensioni non funzionano più e bisogna scervellarsi a sostituirle laddove coloro che le hanno realizzate non le adeguino.

Poi, da qualche tempo a questa parte, sono comparse all’orizzonte estensioni “di sistema”, praticamente nascoste e non disinstallabili, le cui funzionalità contengono parole come telemetria, screenshot e simili. Indagando, si scopre che si tratta di strumenti attivabili con una specifica estensione, chiamata Test Pilot, parte di un programma che Mozilla ha avviato per far provare “gli esperimenti più recenti”.

Benissimo: se avrò voglia di fare il beta tester, sarò io a sottoscrivere un programma del genere. Ma trovo scorretto che la casa inserisca funzionalità traccianti, benché inattive, la cui sola presenza mi fa rischiare che possano essere attivate da remoto. Per questa ragione c’è stato qualche tweet alquanto adirato tra me e Mozilla, conclusosi con la scoperta – da parte mia – di come rimuovere del tutto tali estensioni “nascoste”, pena l’abbandono di quel browser (in proposito, qui c’è una guida su come fare).

Sommiamo tutto ed è chiaro perché quello che potrebbe (e dovrebbe) essere il browser più sicuro e più diffuso, quindi adatto a persone con il cervello acceso, alberga in statistica a un misero 5,73 per cento, tra l’altro in discesa verso il basso: già l’analfabetismo telematico e funzionale regnano sovrani, se poi Mozilla insiste con questi giochini, tra poco sarà relegata al dimenticatoio.

Sistemi operativi PC

Anche su questo il grande pubblico ha ben poca – diciamo pure nessuna – voglia di fare il benché minimo sforzo cerebrale: è più facile fingersi analfabeti funzionali (se non lo si è davvero…) e adagiarsi sul preconfezionato fatto a Redmond – cioè Windows – o, nei casi migliori, a Cupertino – cioè Mac OS-X – perché così non c’è alcun rischio di fare figure da peracottari incompetenti, è tutto pronto, attacchi la spina e via.

Poi: ci sono virus? Qualcuno li toglierà. Ti fottono i dati della carta di credito e ti svuotano il conto in banca? Allora urla sovrumane, dagli all’untore con tutti i j’accuse in tutte le lingue possibili perché “povero cristo/a, non sapeva, non poteva immaginare”… dimenticando che la principale responsabilità è dell’utente, recidivamente incallito e attaccato al più facile perché così fan tutti e io non sono più scemo/a degli altri a faticare di più per studiare un sistema meno amichevole (che poi non è più vero) come Linux, “incompatibile” con la maggior parte delle cose di oggi e altre ignobili scuse solo per sottrarsi da un minimo di applicazione allo studio delle cose.

Continuate pure così. È esattamente questo che vogliono i pochi, grandi turbocapitalisti finanziari di oggi: masse informi, plasmabili, condizionabili, comandabili a bacchetta, disposte a rispondere istantaneamente a un “comando di consumo”, eccetera. Ve ne accorgerete.

Conclusioni

L’ho fatta lunga. Poche righe e mi tolgo dai piedi.

Purtroppo, dal mio sproloquio, emerge abbastanza chiaramente che non è affatto facile sopravvivere alle sventagliate (silenziose) di mitra che quotidianamente arrivano dalla Rete, dal Web e dalle App per smartphone.

Ho diversi amici nel campo dell’arte e della musica. Ad alcuni di loro ho fatto capire quanto pernicioso possa essere l’avere WhatsApp sul proprio smartphone. Il problema, però, è questo: oggi, se vogliono lavorare, debbono avere WhatsApp, perché la quasi totalità delle offerte e contrattazioni di lavoro (precario, ovviamente) perviene loro attraverso quel mezzo.

Dunque, tra l’avere e il non avere WhatsApp passa la differenza tra l’aggiudicarsi o non aggiudicarsi un ingaggio. E con la precarizzazione del lavoro, nessuno può permettersi di perdere gratis delle occasioni. Perciò chissenefrega se la privacy viene calpestata, malmenata e brutalmente sotterrata, basta che possa dire fateme lavora’. Altro scenario, ovviamente, imposto dai grandi capitalisti di cui sopra, grazie alla totale assenza di mentalità critica.

Se non ci diamo una svegliata e non attiviamo il pensiero critico, il futuro pare prospettarsi alquanto nebuloso. Pensateci.

Marco Valerio Principato

(Articolo in formato PDF)

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.

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