Associated Press sbatte i piedi: Google sarebbe «colpevole»

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 17/11/2009
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Di nuovo i capricci: stavolta è il presidente dell’Agenzia a farli. Vuole privilegi, maggiore esposizione e migliori posizioni nelle SERP su Google. Sarebbe interessante capire perché lo chiede solo a Google: e tutti gli altri host?

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Tom Curley, presidente AP - Si offenderà AP per aver pubblicato la SUA foto del SUO direttore? Se sì, sarà rimossa, ovviamente.
Tom Curley, presidente AP - Si offenderà AP per aver pubblicato la SUA foto del SUO direttore? Se sì, sarà rimossa, ovviamente.
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Roma – Stanno tornando di nuovo agli onori delle cronache i capricci di Associated Press, la celebre agenzia di stampa di proprietà di News Corporation: stavolta il suo presidente vuole da Google un trattamento speciale che la ricompensi per tutti i furti di notizie che subisce, anzi, che afferma di subire.

La maggior parte dei media si sono limitati a riferire pressoché «pari pari» quanto dichiarato dallo stesso presidente dell’agenzia, Tom Curley. Ci sarebbero, però, anche da ricordare alcune altre cosine non poco interessanti.

Per cominciare, Google già paga ad AP un fee, un “onorario”, per la pubblicazione delle sue notizie su Google News. Google, inoltre, a quanto si può facilmente constatare, è uno degli host che, appunto, ospitano le notizie di Associated Press, nel senso letterale del termine: notizie come questa, ad esempio, non sono trasmesse in Rete utilizzando computer di Associated Press, collegati ad Internet attraverso una connessione pagata da Associated Press e gestiti da Associated Press.

Sono, invece, notizie che fisicamente risiedono su computer di Google, gestiti da Google, messi in Rete da Google. Cioè un servizio, bello e buono, che risparmia carico e traffico di Rete ad AP. Va infatti ricordato che la stragrande maggioranza delle connessioni ad Internet di tipo “business”, negli States, non prevedono quasi mai formule flat, dunque la politica delle hosted news, casomai, per AP rappresenta un sostanzioso risparmio in termini di traffico Internet.

In ogni caso, Google – come gli altri host – immette in Rete un prodotto di AP, ugualmente coperto da copyright e ugualmente non riproducibile. Vero, c’è della pubblicità di Google, nella pagina ospitata da BigG, come c’è anche sugli altri host: tutto sta a vedere quali siano i termini dell’accordo tra AP e l’host in questione.

Associated Press, per chi non l’avesse ancora rilevato, non sembra avere una politica di pubblicazione in proprio sulla Rete, tale da giustificare tutto il baccano che sta facendo, probabilmente perché insufflata dagli altrettanto poco dignitosi capricci del proprietario.

Al di là del sito istituzionale, un portale le cui funzioni sono semplicemente di facciata, chi vuol leggere le sue notizie deve collegarsi con il sito hosted.ap.org. Tale sito presenta una mappa cliccabile degli Stati Uniti, su ciascuno stato della quale è possibile rilevare quale sia la pubblicazione locale che presenta le notizie prodotte dall’agenzia.

Cliccando, ad esempio, sullo stato della California, viene presentata una lista di quotidiani sui quali è possibile trovare le notizie AP.  Lo stesso New York Times, come molte altre pubblicazioni, dietro accordo pubblica le notizie AP, naturalmente – ed esattamente come Google – con la propria pubblicità, come si può rilevare cliccando uno qualsiasi dei titoli presenti nell’indice dedicato.

Non si comprende, dunque, il motivo di tanto accanimento contro Google: eventualmente, lo stesso accanimento dovrebbe riversarsi su tutti i media di cui AP si serve. Google, tra l’altro, rispetto a tutti gli altri host di notizie AP, offre all’agenzia un doppio servizio: porta loro quantità enormi di visite tramite Google News e ospita anche alcuni dei contenuti.

Allora, se le richieste di AP consistono nell’ottenere una serie di privilegi nel visualizzare le proprie notizie, significa che l’agenzia ritiene la presenza su Google un valore, che vuole semplicemente incrementare e, probabilmente, ricavarne profitto senza pagare il servizio che ne riceve a latere, anzi. Un pò il contrario di quello che aveva lasciato capire tra le righe (ma neanche troppo tra le righe) il suo paron Rupert Murdoch, che sembrava volersi sottrarre a viva forza dagli indici di Moutain View, quasi a far passare la tesi del “faccio da solo”.

In tanti, a questo punto, si domandano: ma perché non lo fa? Perché il tycoon non si pubblica le sue notizie da solo, su suoi siti, da lui messi in Rete, pagando il suo traffico Internet e il suo data center con tanto di server Web, che certamente gli costerebbe molto, ma molto di più se davvero le sue notizie sono così richieste? Come si era già detto, in linea di massima non dovrebbe essere impossibile, anche per Google, vivere senza Murdoch e senza News Corp.

Allora, che glielo si lasci fare. Dimostri al mondo che può far da solo, che non ha bisogno né di Google, né di alcun altro aggregatore, né di essere indicizzatocercato, trovato e citato attraverso il Web e la blogosfera. Già a suo tempo Michael Arrington di TechCrunch disse che per lui AP era morta, bannata, che semplicemente non sarebbe più esistita. Se comincia a ricordarsene anche qualcun altro, forse questo baccano di bassa lega si deciderà a placarsi e si cercherà un accordo serio, tra uomini seri, dove per essere seri, però, bisogna esserlo da ambo le parti.

O no?

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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