Il CrunchPad? Nulla di fatto: trasformato in “vaporware”

Come sarebbe dovuto apparire il CrunchPad di TechCrunch
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Marco Valerio Principato
Di Marco Valerio Principato
Pubblicato il: 02/12/2009
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Roma – Più di qualcuno ci aveva sperato, in molti pensavano che il CrunchPad, un ebook reader presentato questa estate dallo stesso Mike Arrington di TechCrunch prendesse prima o poi forma sul mercato, ma ormai è possibile mettersi l’animo in pace: non arriverà, né ora, né in futuro.

Una pura illusione? Cosa riserva, allora, il futuro? Tutti interrogativi che circolano dopo l’annuncio ufficiale, propagato anche sul Washington Post, a cura di Mike Arrington in persona.

Una specie di lettera-necrologio, alla cui fine compare la foto del CrunchPad acceso, visto “lato utente”, e dopo una sorta di… autopsia, visto scoperchiato sul dorso.

In breve, Fusion Garage, la ditta grazie alla cui partnership il progetto è andato avanti fino a pochi giorni dal lancio ufficiale, stava tentando l’asso pigliatutto. In una email, il suo presidente ha scritto a TechCrunch:

“Riconosciamo che Arrington e TechCrunch portano del valore al nostro business… Se egli (Arrington, ndB) è d’accordo con la nostra proposta, potremmo fargli assumere il ruolo di visionary/evangelist/marketing head e Fusion Garage acquisirebbe i diritti di impiegare il marchio CrunchPad e il relativo nome. Personalmente, non credo che il nome sia molto importante, ma voi sembrate esserne piuttosto gelosi”.

Nel suo post, Arrington non nasconde una certa dose di rammarico e stupore. “Non era per soldi”, dice, “era piuttosto uno strumento con cui consumare Internet seduto in pullman”. E chiarisce che nonostante un ulteriore tentativo di dialogo, gli azionisti di Fusion Garage non hanno ceduto, non si sono mossi minimamente dalla loro posizione.

Ma, specie con la legislazione statunitense, Arrington e TechCrunch hanno tutti i diritti sul CrunchPad. Infatti, Arrington osserva che acconsentire ad una simile proposta equivarrebbe a dire che FoxConn, giacché costruisce la maggior parte dell’hardware di iPhone, sia in diritto di acquisirne il nome e il marchio. Magari… utilizzando Steve Jobs come visionary/evangelist/marketing head.

Dunque, il progetto sfuma. Naturalmente, non manca chi dice chissenefrega, tutto sommato non sarebbe costato neanche così poco: ma, spiega poi John Biggs (altro collaboratore di TechCrunch), il solo fatto che tutto ciò sia accaduto – dalla nascita del progetto all’esistenza tangibile dei prototipi – è molto significativo e segna inequivocabilmente la differenza tra quel che fa un old media (e porta l’esempio di un New York Times a caso, che potrebbe fare una cosa del genere ma non la fa) e un new media che, invece, l’ha fatto con entusiasmo e senza porvi tempo in mezzo.

Marco Valerio Principato

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