FCC, il braccio di ferro sulla Neutralità continua

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 18/01/2010
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La diatriba tra la FCC e le controparti continua a suon di migliaia di considerazioni, atti, commenti e tomi scaricati sulla scrivania di Julius Genakowsky. Il terremoto sulla Neutralità è tutt’altro che assopito: come se ne uscirà?

Roma – La battaglia della Federal Communication Commission statunitense (FCC) in difesa della Neutralità della Rete sta continuando senza esclusione di colpi. La Commission ha ricevuto oltre 23mila atti e più di 100mila comments (che non sta per commenti ma per considerazioni, ndB) sulle sue proposte. Alla battaglia di FCC si è poi aggiunta quella di Free Press e un tomo di ben 255 pagine presentato da AT&T.

Tutto ruota intorno al mettere in discussione la parte più “radicale” della proposta di FCC, quella cioè di rendere del tutto illegittima qualsiasi manipolazione del traffico da parte degli ISP. Un obbiettivo, come risulta evidente, di portata non solo a stelle e strisce ma, riguardando molto da vicino la Neutralità della Rete e per la rilevanza che hanno sempre avuto gli Stati Uniti sulla Rete stessa, di rilievo decisamente internazionale.

Per l’occasione, GigaOm fa sapere che Free Press s’è presa la briga di estrarre dei sunti, dei punti salienti da tutta la documentazione a cui ha potuto avere accesso e, alla fine della scorsa settimana, proprio Om Malik s’è preoccupato di far sapere qual’è la posizione di Skype sull’argomento. Posizione peraltro prevedibile, visto il core business dell’azienda, incentrato sostanzialmente sull’erogazione di servizi veicolati tramite la Rete ma non di erogazione di servizi di Rete.

Sono così emersi grazie a GigaOm alcuni excerpt decisamente interessanti, dai quali è facile comprendere che difficilmente questo alterco tra le parti possa placarsi attraverso la ragionevolezza: molto probabilmente sarà necessario un intervento “di forza”, una determinazione di livello talmente elevato da non poter essere discussa più di tanto dalle controparti. Ogni paragrafo a seguire inizia con un link a un documento, in formato PDF, al cui interno sono contenute le affermazioni.

La posizione di AT&T:

[...] La proposta di queste nuove regole giunge, per di più, senza alcuna evidenza credibile e supportata da dati concreti di alcun problema sul mercato derivante da questa intensa competizione. Invece, la proposta fonda i suoi propositi iper-regolatori su tre premesse concettualmente fallimentari: 1) che Internet sia sempre stata un semplice ammasso di “dumb pipes” (semplici “tubi porta-dati”, ndB), 2) che sia da considerarsi una “piattaforma di commercio elettronico”, dunque ” non distingue tra un imprenditore in erba assopito e un’azienda Fortune 500″ e, 3) che solo recentemente siano emerse le disponibilità di strumenti che “rendono possibile agli operatori di attribuire priorità” a determinati dati e che ciò in qualche modo minacci la storica apertura e “neutralità” della Rete. Secondo le autorità, queste premesse richiederebbero un’immediato intervento a carattere preventivo. [...]

La posizione della National Cable and Telecommunications Association:

[...] Per ridurre al minimo il danno apportato alla continua crescita della Rete Internet, la Commissione dovrebbe limitare qualsiasi attività d’obbligo ai quattro principi del Policy Statement, assieme all’assunto che consenta un ragionevole controllo della gestione del traffico – un assunto che, per come è stilato nella proposta, dovrebbe essere rianalizzato in maniera meno restrittiva rispetto a quanto è stato indicato avverso Comcast. L’aggiunta di principi di non discriminazione e trasparenza imposti in tal modo, a meno di non essere visti caso per caso con estrema attenzione, rischiano di minacciare seriamente il consumer welfare e lo sviluppo dei servizi su Internet. [...]

La posizione di Comcast:

[...] Primo, se la Commissione deciderà di adottare formalmente delle regole su Internet, dovrebbe farlo limitandole ai primi tre principi dell’Internet Policy Statement. Ciò già consentirebbe di risolvere tutti i problemi ipotetici prospettati dai vari componenti nelle nuove regole (GigaOm aggiunge che “trova spaventoso che Comcast chiami questi problemi «ipotetici» dopo aver tanto sostenuto il blocco del P2P”) con una minima alterazione dello status quo. La Commissione, tuttavia, non dovrebbe adottare il quarto principio come regola. Risulta un obbiettivo lodevole quello di statuire che un ISP “non deve limitare… gli utenti nella loro possibilità di avvalersi della competizione tra diversi provider di servizi, di applicazioni e di contenuti”, ma il concetto è troppo vago e mal si adatta a essere adottato come regola inoppugnabile. Piuttosto, questo principio dovrebbe essere ritenuto come un obbiettivo, un’aspirazione già compresa negli scopi dell’intero ecosistema Internet. [...]

La posizione di Google:

[...] Mentre la visione complessiva sullo scenario mira a fare in modo che i provider broadband impegnati nell’ultimo miglio siano coerenti con le regole precedenti e con quelle di cui la Commissione è mandataria per statuto, l’autorità della FCC non va oltre certi limiti, quelli della maggior parte delle applicazioni e dei servizi sul Web, un’area in cui non ha alcuna competenza. Queste offerte di servizi, basate su software, non sono associabili con alcuna funzione di trasmissione svolta da alcun provider, come non possono generare alcuna preoccupazione in FCC come, ad esempio, l’influire sull’efficienza delle comunicazioni, via filo o via radio. La FCC ha ampia autorità per normare le comunicazioni nel pubblico interesse, ma la Corte Suprema ha ben chiarito che tale autorità non è illimitata. [...]

La posizione di Free Press:

[...] In mercati dove il cambiamento tecnologico è relativamente rapido e la competizione è integra, le entità in scena hanno ottimi incentivi a investire per tenersi al passo, ovvero per sorpassare i propri competitor. L’attuale mercato degli ISP ad alta velocità è caratterizzato da un veloce cambiamento tecnologico, ma la competizione nel suo complesso è tutt’altro che ottimale. Quest’ultimo fattore evidenzia che gli organismi regolatori debbono vigilare per assicurare che la mancanza di competizione e la presenza di potere di mercato non sottraggano spazio nel mercato degli ISP in sé da quello adiacente, cioè quello delle applicazioni e dei contenuti. Se agli ISP viene concesso di discriminare tra contenuti e applicazioni, ciò incentiverà gli ISP stessi a trarre profitti da una falsa scarsezza di risorse, attraverso il ritardo o l’elisione totale degli investimenti sulla rete – il che di conseguenza frenerà l’investimento nel segmento delle applicazioni e dei contenuti. [...]

Riassumendo: Free Press suona sostanzialmente la stessa musica di Google. Se la Rete “si piega” a causa di smaneggiamenti sul traffico inopinati e prepotenti, ci rimettono coloro che producono contenuti e servizi e Google sarebbe, guarda caso, il primo della lista, essendo il “sito” più frequentato del mondo.

AT&T e Comcast, neanche a dirlo, sono anch’essi praticamente a cantare in coro. Altro che “vago concetto”, “già compreso nei principi generali dell’ecosistema Internet”: il messaggio, alquanto subliminale, è quello di tirare a non esplicitare troppi divieti, pena l’impossibilità materiale ad adottare qualsiasi “reasonable network management” che, come già era stato fatto notare sulle pagine di questo sito, renderebbe impossibile anche l’adozione di una semplice prioritizzazione a servizi a valore aggiunto, come la TV o il VoIP.

Diplomaticamente nel mezzo la NCTA: regolare si, ma non troppo, altrimenti ci rimettono i consumatori. Ma, “sotto sotto”, se si rende necessario investire per “avere più banda”, ben venga: tutti soldi in più che circolano, naturalmente senza che ne cada più di qualche briciola sul tavolo dei consumatori.

Risultato: ognuno insiste a tirare dalla propria parte. Julius Genakowsky, rispetto a quando è partita questa avventura, probabilmente sarà sommerso dalle carte e sottoposto al fuoco di mille cannoni. La Suprema Corte, che peraltro aveva già espresso i limiti oltre i quali la FCC non può andare, non giova certo all’appianamento della diatriba.

Non solo: il supporto del mondo politico nella sua interezza non sembra essere così aperto e imparziale, come forse molti vorrebbero. Resta, però, da ricordare che il mondo Internet non è solo Google, solo AT&T, solo Comcast: ci sono anche altre realtà, la cui importanza cresce di giorno in giorno, che vogliono una vera Neutralità, che prima o poi potrebbero trovarsi in qualche modo lambite – se non addirittura investite – delle conseguenze di scelte sbagliate sul tema.

Insomma, ogni ragione sembra buona per scagliare pietre contro la FCC: visto che tutti scagliano pietre, probabilmente si ritengono tutti senza peccato.

Marco Valerio Principato

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Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1860 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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