Google urla: Goojje tolga il logo. Subito

Ora goojje.com trasferisce su dierqi.com, ma nulla è cambiato: il logo c'è.
Roma – Dalla Cina si era levata una voce: “Se Google se ne va, abbiamo Goojje”. Cioè un motore di ricerca locale il cui logo ha un look che, obbiettivamente, richiama moltissimo quello originale del celebre motore di ricerca. Questa somiglianza, però, a Mountain View non è piaciuta: quel logo, troppo simile a quello originale, può trarre in inganno e deve sparire.
A riportare la notizia, apparsa sul quotidiano Shenzen Economic Daily, è l’Agenzia AFP. “Google ha accusato Goojje di aver infranto le regole sul marchio registrato, ledendo i diritti di Google e affermando che quel logo sul sito cinese potrebbe trarre in inganno gli utenti facendo ritenere loro che si tratti di un sito autorizzato o in qualche modo collegato con l’azienda statunitense”, si legge sull’Agenzia.
I legali del colosso di Mountain View, continua l’Agenzia, hanno ingiunto al sito cinese di sospendere l’utilizzo di quel logo a partire da lunedì, cioè ieri. Al momento della redazione, Goojje è comunque vivo e vegeto con tutto il logo, benché il collegarsi a www.goojje.com (che prima funzionava senza alcun redirect) ora trasferisce su un nome a dominio diverso (dierqi.com, vedi figura in testa, in confronto anche a quella pubblicata nel precedente articolo).
Un ulteriore tassello si aggiunge alla vicenda, portando altra tensione in una situazione in verità non molto rassicurante.
Un quadro abbastanza completo delle linee di forza attualmente in gioco nell’asse USA-Cina è stato redatto alcuni giorni fa dalla rivista Internazionale, che ne illustra molti aspetti di notevole rilevanza ma, contrariamente a quanto si possa pensare, dove la vicenda Google gioca un ruolo marginale, finanche pretestuoso.
Dietro tutto, dunque, le armi che gli Stati Uniti vendono a Taiwan. Al cambio di strategie – spiega Internazionale - “L’approccio conciliatore ha fallito e Washington ha deciso di adottare una linea di fermezza. Anche facendo pressione sui principali punti deboli di Pechino, come il Tibet e la censura su Internet”.
Ciò spiega perché Google sia riluttante, in un paese che in qualche maniera si sta dimostrando alquanto ostile – almeno sotto il profilo della collaborazione tecnica – a lasciarlo: si creerebbero ulteriori tensioni i cui effetti ricadrebbero in segmenti importanti per il mantenimento di un equilibrio commercial-diplomatico.
Marco Valerio Principato














