L’insostenibile leggerezza dei blog
Roma – Il blogging ha più di dieci anni. È nato negli States in una fredda serata del lontano dicembre del 1997, quando un giovane appassionato di caccia creava una pagina personale aperta a tutti quelli che condividevano il suo hobby. Si trattava della prima forma sperimentata di blog. L’uso dell’aggettivo “lontano” serve solo a sottolineare il mutamento della percezione del tempo che, da quando ha incontrato la tecnologia, sembra avanzare spedito senza guardare in faccia nessuno.
Per rendersi conto di che cosa si parla basti pensare che, qualche tempo dopo quella “inconsapevole trovata”, proprio un blog pubblicava l’elenco delle 23 pagine personali esistenti sul web. Da lì al vero è proprio boom non è trascorso molto tempo, anche se, per lo sbarco nel Bel Paese, si è dovuto aspettare qualche anno: nel 2001, quando crollavano le torri gemelle e le notizie fioccavano di agenzia in sito, di telegiornale in blog, anche in Italia scoppiava la moda di creare siti personali e collettivi allo stesso tempo, sulla scia della realtà statunitense.
In otto anni i blog sono diventati dei mezzi di comunicazione di notevole importanza e hanno occupato un posto di rilievo nello scambio di informazioni di ogni genere. Ciò non significa, tuttavia, che gli stessi si siano rivelati sempre attendibili o efficienti. Anzi, tutt’altro.
Il loro peso sociale è diventato così grave da richiedere, secondo alcuni, una apposita normativa per cercare (anche) di regolamentare alcuni eccessi e derive che hanno destato non poco clamore. Un esempio più recente fra tutti potrebbe essere rappresentato dall’ingarbugliata questione relativa all’LHC (Large Hadron Collider) – il costosissimo acceleratore di particelle di cui tanto si è parlato nei giorni scorsi – che ha acceso gli animi della comunità scientifica mondiale (oltre che di tutti gli appassionati di tematiche d’avanguardia in genere) e, allo stesso tempo, ha sguinzagliato gli “alfieri” più disinformati (e perciò timorosi) dell’opinione pubblica, i quali non hanno esitato a dispensare angosce e falsi allarmismi.
Ebbene, alla notizia dell’importante esperimento che avrebbe cercato di riprodurre i primi attimi della storia dell’universo per tentare di dare una risposta agli eterni quesiti sull’origine della vita, una parte della comunità della Rete è esplosa in un turbinio di critiche e lamentele, fra le quali non sono mancate profezie apocalittiche sulla fine del mondo (sic!).
Ora, per definizione si sa che la comunicazione consiste in una trasmissione di informazioni che ha la duplice finalità di informare e di persuadere, che non è mai obiettiva e neutrale perché ha l’intento di influenzare i comportamenti dei riceventi, piegandoli ai fini di chi comunica. Ciò non vuol dire che non debba avere un criterio.
Ci si può dunque permettere di valutare come “false” queste forme di «agitazione», non perché reputate a priori non vere, ma solo perché spesso non suffragate da sufficienti motivazioni poste alla loro base: se qualcuno ha voglia o bisogno di affermare qualcosa è libero di farlo, però ha anche il dovere – formale e morale – di illustrare le radici del suo pensiero, soprattutto quando si tratta di rapportarsi ad una vasta platea virtuale come quella del Web, dove il proprio scritto può raggiungere uno, pochi, ma anche molti, moltissimi, tutti.

How to blog: here is all you need to know
Già nell’agosto del 2007 il Governo Prodi aveva presentato un disegno di legge che si prefiggeva di trasformare tutti i blog e i siti internet in testate giornalistiche, soggette ad iscrizione in un apposito registro, il R.O.C. (Registro degli Operatori di Comunicazione), e alla normativa sulla stampa, comprensiva delle specifiche responsabilità penali. In quel caso proprio la fermezza e la determinazione dei netizen – forti anche del supporto di grandi comunicatori, come ad esempio Beppe Grillo, e di influenti siti web, come quello di Libero e addirittura del Times Online – hanno saputo distogliere quel Governo dalle sue funeste intenzioni.
A questo punto nasce una riflessione spontanea: se è vero che in questo Paese nulla sembra essere dovuto, che ogniqualvolta un pensiero sensato, giudizioso e libero spunta all’orizzonte, c’è sempre pronto un bavaglio o una benda, perché non provare ad auto-regolarsi? La libertà di pensiero e di parola riscoperta e riconquistata attraverso la Rete deve essere un’arma: come tale, occorre saperla usare, per non rischiare di ferirsi da sé o, ancor peggio, di vedersela rubare sotto il naso o, meglio, dalle dita.
Silvia Barone
Link suggeriti, oltre ad una sana ricerca su Google:
- Tim O’Reilly: Call for a Bloggers’ code of conduct
- Wikipedia: Blogger’s code of conduct
- Wikia: Alternate code of conduct
- Wikia: Blogger’s code of conduct
- Il codice di Wikia ripreso dal Corriere




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