Il Punto/ Facebook: e se l’utente vuole tutti i suoi dati in copia?

Facebook e la memorizzazione dei propri dati personali: ma interessa realmente?
Facebook e la memorizzazione dei propri dati personali: ma interessa realmente?
Antonio Colella
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Pubblicato il: 24/10/2011
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Rubriche – Facebook, “mostro sacro” socializzante, “orco assassino” della privacy, coinvolgente punto di notorietà. Adirarsi, voler sapere cosa ha memorizzato dei propri dati, cosa ci fa. Ha senso? Lo si vuole davvero?

Roma – Nei giorni trascorsi, in Rete si sono accumulate molteplici novità lanciate da Facebook: alcune di esse sono innegabilmente utili, altre sono accessorie, altre ancora per l’utente medio non hanno alcuno specifico significato. In tutto questo va sempre tenuto presente qual è l’oggetto del commercio da parte di Facebook: i dati degli utenti, le loro abitudini, gli interessi, le relazioni interpersonali, commerciali e sociali, i luoghi frequentati, gli spostamenti, i gusti, le inclinazioni e via discorrendo. Un patrimonio enorme che – più o meno consapevolmente – si conferisce al social network, che esso necessariamente memorizza, elabora, ne estrapola ulteriori dati e li commercia a scopo pubblicitario, statistico e finanziario. E se l’utente volesse sapere, esattamente, per filo e per segno, cosa Facebook ha memorizzato di sé e di tutto ciò che la propria “presenza” sul social network ha permesso di sapere? Soprattutto, davvero si desidera farlo?

Questa possibilità, benché abbastanza spinosa da trattare, esiste e, almeno in Europa, è abbastanza concreta. Essa deriva dal tentativo di imporre al social network il rispetto delle norme europee in tema di tutela della riservatezza dei dati personali e della privacy.

Anche se non molti lo conoscono, in Rete c’è un sito dove questo scenario è spiegato: si tratta di Europe vs. Facebook, al momento presente solo in inglese e tedesco ma alla ricerca di ulteriori traduzioni, italiano compreso.

L’attenzione europea si è recentemente focalizzata di nuovo sull’aspetto privacy in quanto molte delle novità introdotte da Facebook hanno sollevato dubbi per la loro invasività: in particolare, l’impiego dei cookie ha subito alcune variazioni che, all’osservazione, non rassicurano molto su quel tema.

A tale proposito Geek.com, alcuni giorni or sono, aveva ricordato che Facebook memorizza, per ogni utente, fino a 800 pagine di dati personali. Già questo è un primo indice della reale attività che ferve dietro ogni utenza, ogni “Mi piace”, ogni commento, ogni gesto e ogni visita che l’utente svolge, tanto all’interno che all’esterno del social network.

Quel che Geek.com evidenzia è la possibilità per l’utente di avvalersi di un form, decisamente poco pubblicizzato, sul quale è possibile fare richiesta di ottenere copia dei dati personali memorizzati dal social network nei propri riguardi. Controllando questo documento (PDF), redatto da Geek.com e opportunamente oscurato, si potrà avere idea di quanto sia concreta e soprattutto dettagliata l’attività di profilazione di cui si parla.

Sarà molto più facile, dopo averlo esaminato, comprendere, giustificare e forse finanche condividere la frequente attività di indagine, avviata da molteplici attori e indirizzata al social network: alcuni esempi sono la richiesta alla Federal Trade Commission USA di alcune associazioni di tutela della privacy, che vogliono anch’esse aggiungersi alle tante analoghe istanze di indagine. Ancora, la richiesta di un politico USA, sempre indirizzata alla FTC, di indagare approfonditamente sulla spinosa questione degli ultimi cookie.

Tra queste iniziative vi è anche quella del Commissario per la Protezione dei Dati irlandese, il quale, posto che la sede internazionale di Facebook è dislocata a Dublino, intende avviare un’indagine approfondita al fine di acclarare se da parte del social network vi è il rispetto delle normative locali in materia di sicurezza e privacy.

Per di più, stando a quanto spiega Europe vs Facebook, ci sarebbero ancora ulteriori scavi effettuati nel mare magnum dei dati collezionati, sui quali il social network avrebbe inizialmente taciuto e che dipingono un quadro ancora più preoccupante, in special modo tenendo presente che da quanto si apprende c’è qualche possibilità di entrare in possesso di un intero CD, sul quale è possibile trovare davvero tanto, anche se Facebook sembra questa volta voler imporre dei limiti alla divulgazione dei dati che riguardano l’utenza.

Ad una richiesta di ottenimento dei propri dati sensibili da parte di Emil Protalinski, collaboratore di ZDNet, l’ufficio preposto di Facebook ha risposto che rilasciare alcuni di questi dati (che, questo va ricordato, si riferiscono al proprio agire come persone sul social network) potrebbe violare il loro segreto industriale nonché la proprietà intellettuale di Facebook stessa, e che pertanto non possono essere rilasciati.

Nell’era dei social network, la questione della privacy dell’individuo si complica notevolmente, soprattutto in virtù della potenza di raccolta e soprattutto elaborazione dei dati offerta dalle moderne architetture informatiche. Il problema che si pone infatti non è relativo soltanto alla conservazione di tali informazioni, ma come queste poi vengano rielaborate su base informatica per ottenere qualcosa di più “raffinato” (si legga questo post a tal riguardo)

In tutta sincerità, nessuno può determinare con certezza cosa avvenga all’interno dei server di queste mega-corporazioni, né come realmente vengano trattati i dati degli utenti. Nella penombra delle server farm, tra i banchi allineati dei centri di sviluppo interni ed esterni alle corporation, probabilmente si celano meccanismi molto complessi che pochi eletti riescono a determinare e comprendere nella loro interezza, al sicuro da sguardi indiscreti e nascosti dietro pareti blindate chiamate di volta in volta segreto industriale, proprietà intellettuale, et cetera.

Una cosa è logico ipotizzarla: per ogni notizia che fugge con moto centrifugo da queste realtà caratterizzate da grandezze di petabyte – pari a 1000 gigabyte – di informazioni (e, non dimenticare mai: al centro di enormi interessi), probabilmente multipli per cento o per mille rimangono lontano dagli sguardi indagatori di persone che se ne occupano. D’altro canto, è legittimo altresì chiedersi se la comunità di persone, le quali dovrebbero avere a cuore la sorte della propria intimità personale, hanno la capacità di reagire ai cambiamenti che impongono le tecnologie della società moderna, le quali in un vortice che pare inarrestabile espandono continuamente i confini di ciò che si può e si deve (o dovrebbe) mantenere sotto il proprio controllo.

Infine: si è così sicuri che alla maggior parte dei privati cittadini, chiamati altresì consumatori e sempre più identificantisi con questo termine sinistro, abbiano realmente a cuore dove finiscano i dati collegati alle loro attitudini e azioni? Anche qui è difficile dare una risposta, tuttavia ci si può formare un’opinione: quella di chi scrive fa supporre che il mondo dominato dai mass media abbia plasmato una massa mediatica. Ovvero, abbia ingenerato nella generalità delle persone (occidentali e benestanti) una sorta di propensione alla pubblicazione semi-volontaria delle informazioni definite come sensibili, come a voler provare in qualche modo sulla propria pelle la sensazione di mettere la propria esistenza al centro di quelle degli altri.

In fondo, nel saper cogliere e interpretare questo crescente desiderio di protagonismo, una sorta di emulazione in scala dei fasti dell’esistenza delle persone più note e celebri, Facebook & Co. sono stati magistrali, guadagnandosi un successo di dimensioni planetarie, fornendo cioè a ciascuno una piccola platea di follower, dove mettere su pubblica piazza relazioni personali, pensieri ed opinioni.

E se il prezzo da pagare, per ottenere cinque minuti al giorno di celebrità provinciale, è quello di dover rendere pubblici aspetti che prima gelosamente conservavamo all’interno della nostra sfera privata… a chi importa? Per molti adolescenti, ad esempio, perfino il rischio di fornire prove di condotte illecite è diventato un prezzo da pagare “accettabile” per offrire ai propri atti di bullismo cinque minuti di notorietà sulla rete.

Alla fine, come in un gioco dell’oca, si torna sempre al punto di partenza: all’avanzamento tecnologico, corrisponde un avanzamento culturale? Se la risposta fosse negativa, è bene prepararsi alle tinte fosche del mondo di domani, già alle porte. Se fosse positiva, niente paura: crollerà da sé.

Antonio Colella


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