Conficker è andato all’Università. A far danni
Roma – Il temibile worm inizialmente ritenuto un possibile Pesce d’Aprile, nel risvegliarsi ha invece deciso di recarsi all’Università dello Utah. Non certo per fare lezione, ma per infettarne oltre 700 computer: questo il bilancio della scorribanda del vermicello di cui parlano le cronache.
Tra le macchine colpite, purtroppo, vi sono quelle di diverse scuole dell’Ateneo, in seno ad altrettanti ospedali. Il portavoce dell’Università, Chris Nelson, ha fatto sapere che i primi avvistamenti sono avvenuti giovedì scorso, notando tra l’altro il rallentamento dei computer.

Università dello Utah
A caccia di dati da rubare, Conficker si è poi introdotto nei computer dei vari ospedali, della scuola di medicina, dei college di nursing, di farmacia e di salutistica. Secondo il portavoce, i dati dei pazienti sarebbero al sicuro: “quei dati sono protetti in modo molto accurato, a causa delle implicazioni di una loro fuga”, ha detto Nelson. Il rischio che resta, tuttavia, è il furto di dati di login, di carte di credito e informazioni bancarie.
Sono state subito diramate informazioni e istruzioni su come avvedersi dell’eventuale infezione e liberarsi della stessa su supporti rimovibili, telecamere, smartphone ed altri apparati in distribuzione al personale ed agli studenti.
In tutto questo lo staff IT dell’Ateneo ha dovuto chiudere l’accesso ad Internet per periodi fino a sei ore in alcuni campus, così da permettere di isolare il virus. Durante il weekend hanno lavorato per tentare di sradicarlo.
Nel precisare che i computer Apple MacIntosh non sono infettati da Conficker, Mindy Tueller, dell’ufficio IT d’Ateneo, ha invitato tutto il personale e gli studenti a prendere le proprie precauzioni. “Il virus può fare molte cose poco raccomandabili”, ha detto. “Chiunque qui dentro deve preoccuparsi della vicenda se sta utilizzando qualsiasi apparecchio basato su Windows”, ha concluso.
Non sorprende, incalza ZDnet, che Conficker abbia avuto spazio. Ma l’occasione deve servire da stimolo perché istituzioni di ogni tipo ripensino attentamente le loro policy IT, sia software che hardware. Le macchine più recenti e tenute costantemente aggiornate non dovrebbero essere a rischio. A grande rischio sono, invece, quelle più vecchie, dove in molti casi si soprassiede agli aggiornamenti a causa della notevole lentezza con cui questi si installano.
Una lezione, dunque, da imparare per non farsi trovare mai impreparati, specie se i computer «esposti» sono parte di una leva di business il cui cedimento si trasformerebbe facilmente in remissione.














