Vicenda Twittergate, la blogosfera si insospettisce
Roma – Ci dev’essere qualcosa che non va nella vicenda del furto di dati sofferto da Twitter, c’è qualcosa che puzza di bruciato: al punto da ribattezzarlo affare Twittergate, una questione che sembra aver solo creato notevole hype e tirato agli onori delle cronache i due principali protagonisti, Twitter e TechCrunch.
Tra i primi a dire “basta” c’è Ian Paul, blogger di PC World, secondo cui la vicenda è lame. Man mano che si dissolve il polverone sollevato dalla questione, comincia a sembrare poco probabile che le due aziende bisticcino fino a trascinarsi a vicenda davanti a un giudice. Molti sostengono – spiega Paul – che tutto questo sia stato un artificioso sistema per fare del vero e proprio stunt in direzione del Pagerank, architettato addirittura insieme dai due per far parlare di sé.
Ma TechCrunch credeva davvero che i documenti di cui è entrato in possesso potessero considerarsi “notizia”? Se lo chiede ChannelWeb, che rincara la dose: questa non meglio identificata fonte, “Hacker Croll”, quanto è degna di fiducia? Oppure si tratta solo di puro e semplice sensazionalismo, come fanno alcuni siti su cui è meglio sorvolare, quando fanno circolare notizie riservatissime su Perez Hilton, tanto per comparire nei titoli? Forse TechCrunch ha solo voluto aderire alle vecchie massime del giornalismo, insiste ChannelWeb, per “far colpo”.
Ad avvalorare l’ipotesi ci sono le parole dello stesso Arrington: “Wow, c’è stata una notevole reazione al nostro post di qualche ora fa, in cui annunciavamo di pubblicare alcuni documenti riservati di Twitter che ci erano stati inoltrati. Intorno ai 200 commenti nell’arco di un’ora, di cui la maggior parte esprimono dissenso sulla pubblicazione”.
La vicenda non è passata inosservata neppure per la CNN (l’articolo prosegue dopo il filmato):
E l’accento di CNN è sostanzialmente rivolto al profilo della sicurezza dei dati, un argomento verso il quale c’è sensibilità assicurata.
A questo punto, visto l’hype creato, sotto il profilo tecnico da più parti ci si chiede se la sicurezza delle applicazioni Google possa sollevare qualche dubbio, ma anche sotto il profilo dell’etica giornalistica, in questo caso perfettamente applicabile anche ai blogger, sorgono perplessità: cosa fare quando un giornalista (o un blogger, nulla cambia in questo caso) ricevono da una fonte qualunque del materiale particolarmente delicato?
Certamente fa gola servirsene per sfruttare l’onda, ma al di là della profonda diversità tra la proprietà intellettuale ed altre forme di copyright, secondo la legge statunitense la protezione di dati e segreti aziendali è molto più basata su tecniche “fai da te”, quindi più difficile da tutelare.
Ancora una volta, dunque, occorre l’appello al buon senso. Come occorre notare che, dopo i primi annunci, nulla si è più detto a proposito del fantomatico hacker artefice del trafugamento. Lecito, quindi, pensare che qualcosa di strano sotto ci sia. Ma è anche ragionevole chiedersi: serviva, a due realtà già stranote come TechCrunch e Twitter, “inventarsi” di sana pianta una cosa del genere solo per sollevare attenzione? Sarà forse meglio che la blogosfera (e anche i “media tradizionali”, please) smetta di dare risalto a questa dubbia vicenda?
Ai netizen l’ardua sentenza.
Marco Valerio Principato













