Se un virus fa sembrare pedofilo chi non lo è
Roma – Un cittadino statunitense, vittima di un malware piuttosto invasivo, si è trovato con l’accusa di essere un autentico pedofilo senza esserlo: si è ritrovato licenziato, denunciato per pedopornografia e gravato da 250mila dollari di spese legali. Per poi scoprire, 11 mesi dopo, che si era trattato solo di un maledetto virus.
Michael Fiola, questo il nome dello sfortunato, era un investigatore. Dopo che il suo datore di lavoro gli aveva contestato un consumo di Internet decisamente più elevato dei suoi colleghi, svolto tramite il PC “aziendale”, un tecnico ha individuato sul quel PC una gran quantità di immagini pedopornografiche.
Subito licenziato e accusato, ha visto da vicino cosa spetta a chi svolge simili attività: cinque anni di carcere, oltre alle sanzioni. Abbandonato dagli amici e vittima di atti di vandalismo, ovviamente Fiola si è difeso, insieme a sua moglie: ha dato fondo ai suoi risparmi, ha richiesto un nuovo prestito, venduto l’auto e investito 250mila dollari nella difesa.
Un’ispezione più accurata sul suo PC ha rilevato che era in qualche modo programmato per visitare circa quaranta siti dediti alla pedopornografia infantile al minuto, un’attività già di per sé impossibile da svolgersi a cura di un… umano. Era accaduto mentre lo sfortunato era a cena fuori con la moglie: sconosciuti si sono collegati al suo computer e hanno scaricato di tutto, facendo però così rilevare che fosse il suo computer a scaricare.
11 mesi dopo, l’accusa è stata cancellata, ma non lo sono stati i danni: questa vicenda “ha rovinato la vita a me, a mia moglie e alla mia famiglia”, ha detto Fiola. Nessuno, dello stato del Massachusetts, ha voluto rilasciare commenti al riguardo.
Secondo quanto racconta Associated Press, non è l’unico caso: in Gran Bretagna, nel 2003 è accaduto un fatto simile. L’agenzia riporta anche le spiegazioni di alcuni esperti, tentando di chiarire quali sono i modi in cui tali infezioni possono agire.
Ma resta un assunto, dal quale imparare: non sentirsi immuni, anche se si impiega un buon antivirus, anche se si utilizzano sistemi operativi diversi da Windows (notoriamente il più soggetto ad attacchi da parte del malware più vario). Le risorse di questi malfattori – perché solo così possono essere definiti – sono amplissime: non esiste alcuna difesa definitiva, tutti gli strumenti con cui ci si deve difendere debbono essere sempre integrati dall’intelligenza umana.
Ispezionare, dunque, frequentemente il proprio PC; verificare che non siano in esecuzione processi sconosciuti, task schedulati di cui non si conosce l’origine, cartelle mai viste delle quali non si sa nulla. Tenere d’occhio, sistematicamente, lo spazio occupato su disco, ad esempio: la memorizzazione di immagini lo consuma ed è difficile (per un virus) nascondere l’uso che ne fa.
In definitiva, non alzare le spalle e non dire: «perché dovrebbe accadere a me?». Anzi, ritenersi vulnerabili come se non si disponesse di alcuno strumento di difesa: averne qualcuno, poi, aiuterà a sferrare – nella malaugurata ipotesi di un’infezione – un attacco difensivo con maggior potenza.














