Ricarica Qi Wireless, perché IKEA l’ha scelta

Scenari come questo saranno presto «normali».
Scenari come questo saranno presto «normali».
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 03/03/2015
Commenti Commenta | Permalink

Non si può negare: IKEA ha avuto una buona idea. Il gioco di parole ci sta, la tecnologia anche. Ecco i motivi per cui, con ogni probabilità, funzionerà bene.

Come noto, dal prossimo aprile alcuni dei mobili e accessori del colosso svedese IKEA disporranno, al loro interno, di un caricabatterie wireless in tecnologia Qi (pn. IPA |tʃiː|). Non deve affatto sorprendere: la tecnologia è stata brevettata nel 2008 e i big delle industrie dell’elettronica di consumo ci girano intorno da anni.

L’intesa questa volta è sancita da un annuncio congiunto Samsung e IKEA, nel quale entrambe le industrie ammettono quanto sia poco gradevole trafficare con i fili: la gente non li ama, sono esteticamente brutti, si attorcigliano, dopo molti impieghi (magari un po’ disattenti) non fanno bene contatto e, ahimé, gli smartphone e i tablet sono sempre affamati, carichi di App come sono.

L’operazione non è da poco. Oltre agli aspetti tecnologici di cui daremo cenno tra poco, vanno colti anche il significato filosofico e quello iconico: la novità si tradurrà non solo nel riconoscimento universale di un segno grafico, a cui si attribuirà il ruolo di significante che rimanda al concetto “qui puoi ricaricare il tuo device, quale che sia”, ma anche l’accettazione universale di un modello di fruizione dell’elettronica di consumo al quale, finora, non siamo stati abituati e cioè quello della intercambiabilità universale e assoluta tra brand e funzione.

Quest’ultima, in poche parole, vuol dire sradicare l’associazione “device marca x, caricabatterie stessa marca x” e trasformarla in “device marca qualsiasi, caricabatterie qualsiasi perché standard Qi Wireless“. Un percorso già parzialmente affrontato con l’adozione dello standard micro-USB: oggi pressoché la totalità degli smartphone, tablet e gadget simili “accettano” di essere ricaricati con un qualsiasi caricabatterie, purché dotato di connettore micro-USB.

L’unico problema può essere la potenza: chi scrive, ad esempio, dispone di un Samsung S3 a cui ha installato una batteria potenziata (da 3000 mAh). Essa, per ricaricarsi, non si accontenta più del caricabatterie originale in dotazione allo smartphone: se lo si usa, i tempi di ricarica sono lunghissimi perché di potenza dimensionata per la batteria originale, meno capace. È stato necessario adottarne uno più potente.

Come fa, dunque, il sistema Qi a superare un simile ostacolo, visto che assume una pretesa di universalità ben superiore? Chi ha dimestichezza con l’inglese può leggersi la spiegazione del funzionamento su Wikipedia, che non dispone però di una pagina in italiano altrettanto chiara e completa (questa).

Il succo del discorso è questo: il principio è quello del trasferimento di energia fondato sul fenomeno fisico dell’induzione elettromagnetica, regolato dalla c.d. Legge di Faraday. Vi saranno quindi due avvolgimenti elettromagnetici fisicamente realizzati in foggia piatta: uno nel caricabatterie, uno nel device da ricaricare.

Quando il device viene avvicinato al caricabatterie (distanza tra 5 e 40 mm), attraverso un protocollo wireless dedicato esso “chiede” al caricabatterie di iniziare ad alimentare l’avvolgimento con la massima potenza disponibile. Per via del principio di induzione, l’avvolgimento contenuto nel device erogherà energia, catturata da quello del caricabatterie, che sarà raccolta da un sistema di gestione interno il quale provvede da un lato a fornirla al circuito di ricarica e dall’altro al protocollo di comunicazione con il caricabatterie, a cui chiederà progressive diminuzioni del livello energetico, fino a carica completata.

Una volta terminata la ricarica, il device chiede l’interruzione del “servizio” e il caricabatterie si pone in stand-by, in attesa di un’altra richiesta.

Tutto questo è possibile perché la carica Qi Wireless è uno standard: ogni industria, sia che produca caricabatterie, sia device alimentati a batterie da ricaricare, vi aderisce e con ciò ha la certezza dell’intercambiabilità.

Infine, un cenno al significato “politico” di una simile novità: l’adozione da parte di IKEA significa trovare questi caricabatterie in merci di cui tutti hanno bisogno, cioè componenti d’arredo. Significa, quindi, una massificazione della sua adozione portata non attraverso i canali delle stesse industrie elettroniche, ma attraverso canali ancor più di massa. Dal punto di vista economico e, quindi, di marketing, significa disporre di due diversi canali di comunicazione con i mercati, due diverse capacità di posizionamento, eccetera: un business, dunque, che “conviene” a tutti.

A breve, il risultato sarà quindi quello di cambiare le regole del mercato, che presto dimenticherà cosa significa dover collegare fisicamente lo smartphone o il tablet a un cavo per ricaricargli la batteria.

Salvo imprevisti, naturalmente…

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


Abbiamo parlato di:
, , ,

Commenti (Facebook)
Commenti (locali)




Nota: La moderazione in uso potrebbe ritardare la pubblicazione del commento. Non è necessario reinviarlo.