Ti riconosco ovunque, chiunque sia. Parola di Carnegie Mellon

La tecnologia di PittPatt, ancora sviluppata anche in seno all'Ateneo, è alla base di questa novità
La tecnologia di PittPatt, ancora sviluppata anche in seno all'Ateneo, è alla base di questa novità
Dario Bonacina
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Pubblicato il: 07/10/2011
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Internet, social network, siti web di community: le risorse disponibili per il funzionamento dei software di riconoscimento facciale sono oggi smisurate. E suscitano preoccupazioni

Milano – Prendere la fotografia di un illustre sconosciuto, farla esaminare ad un software e ottenere la sua identità in pochi minuti. Fantascienza? Roba da CSI? Niente affatto: il software si chiama PittPatt ed è nato anni fa nell’Heinz College della Carnegie Mellon University, ma oggi è parte di un gruppo il cui nome è noto a chiunque conosca il web.

Le prime tecnologie alla base del moderno riconoscimento facciale hanno più di quarant’anni. Alla fine degli anni ’60, però, mancava la possibilità di poter contare su una risorsa oggi sfruttabile, nonché ampiamente reclamizzata: Internet, con le possibilità offerte dalla cloud, che allargano a dismisura le potenzialità delle applicazioni di face detection finora utilizzate dalle forze dell’ordine, obbligate a basare le proprie analisi sui database delle immagini degli archivi criminali.

Un database di dimensioni limitate, con cui confrontare un’immagine, è solo uno dei vincoli nelle applicazioni di riconoscimento facciale: anche la capacità di elaborazione è un problema, poiché poca potenza di data processing si traduce in lunghi tempi di elaborazione e la mancanza di tempestività comporta una scarsa efficienza. La nuova applicazione nuvolocentrica (cloud-centric) consente invece una drastica riduzione nell’ottenimento dei risultati richiesti: PittPatt, nella fattispecie, basa le proprie ricerche sulla moltitudine di fotografie esistenti online (profili di utenti di social network, foto di persone inseriti in siti web aziendali o di community, annuari scolastici, eccetera).

I ricercatori Alessandro Acquisti, Ralph Gross e Fred Stutzman, ancora impegnati nel progetto in seno all’Ateneo, spiegano che la tecnologia utilizzata in PittPatt sfrutta la convergenza di risorse disponibili dentro e fuori Internet, in un’ottica di augmented reality: “Se il volto di una persona che cammina per la strada può essere individuato da un riconoscitore facciale attraverso immagini tratte da Facebook, LinkedIn o altri social network, oltre alla sua identità sarà inoltre possibile ottenere informazioni aggiuntive sul suo conto”.

Certo, è sufficiente che un utente – qua e là, in rete – abbia reso pubbliche alcune informazioni personali (anche in forma parcellizzata: nome e cognome in alcuni siti, luogo e data di nascita in un social network, foto, indirizzo e attività professionale in altri, numero telefonico in un’altra community o anche solo in un thread di un forum) e PittPatt, nell’identificare un viso, potrebbe restituirne identità, codice fiscale, professione, informazioni sulla famiglia. Se quell’utente si è (o è stato) geolocalizzato, si possono ricostruire alcuni suoi spostamenti.

Sembra un argomento da film di intelligence, invece è una realtà che nei suoi tratti orwelliani si sta avvicinando sempre più rapidamente. Il progetto, osserva Jason Mick su DailyTech, da ricerca universitaria si è tramutato in un’azienda dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: “All’epoca, l’intelligence degli Stati Uniti era ossessionata dall’utilizzo di soluzioni avanzate di riconoscimento facciale per identificare i terroristi” ricorda ”Per questo la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) investì milioni in PittPatt”.

Oggi PittPatt fa parte di Google e questo suscita preoccupazioni per i possibili utilizzi nel mondo del business privato, che potrebbe sfruttarlo per attività di marketing e di pubblicità. Alessandro Acquisti ha dichiarato a Steve Hann di Marketwatch di non essere favorevole ad una diffusione al pubblico di un’applicazione in grado di superare le recinzioni delle piattaforme 2.0 per utilizzarne le informazioni, prese nel loro gigantesco complesso. E in qualche misura questo ricorda il monito di Eric Schmidt che, in un’intervista alla CBS, disse:  ”se si ha qualcosa che non si vuole far sapere, forse non si dovrebbe renderlo noto nel primo posto disponibile. Se davvero si ha bisogno di quel tipo di privacy, è bene sapere che i motori di ricerca – incluso Google – mantengono memoria di varie informazione ed è importante, ad esempio, ricordare che negli Stati Uniti siamo tutti tenuti al rispetto del Patriot Act ed è possibile che tutte quelle informazioni debbano essere messe a disposizione delle autorità”.

Molte storie potrebbero essere raccontate in base ai dati resi disponibili dalla cloud: indicizzate in Google e illustrate in un album su Facebook, possono rivelare particolari sfuggiti alla maggior parte degli utenti, degli amici. Possono aiutare a rintracciare un malfattore, così come possono portare dati personali ad aziende di ricerche di mercato. Ma, come tutti gli strumenti, è opportuno che finiscano nelle mani giuste.

Dario Bonacina


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Commenti
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