Server nella cloud, magari ARM? Perché no, se anche gratis?

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 19/07/2012
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Cloud Computing gratuito per tutti gli sviluppatori: questa l’idea nata e concretizzata in TryStack. Che mette a disposizione potenza di calcolo ARM per fare esperienze cloud con tanto di istanze Linux Ubuntu

Roma – Oggi non si parla d’altro: la tendenza alle nuvole è dappertutto, gli ultimi “segnali forti” vengono da Apple e da Microsoft Office. A osservare questa tendenza c’è anche ARM, produttrice delle CPU che muovono la stragrande maggioranza dei device mobili, la quale, non contenta di dominare quel mercato, ha pensato di saltare sul treno del cloud computing. Ed è così che è nato TryStack, racconta Ars Technica.

Funziona in modo molto simile all’Elastic Compute Cloud di Amazon, se si prescinde dal fatto che funziona su base Open Source, quella di OpenStack. Questa nuova realtà, si badi bene, è però intesa come sandbox; ossia, non si tratta di una realtà ritenuta adatta a servire quale strumento di produzione.

Un server ARM con un cassetto aperto

Un server ARM con un cassetto aperto

Inizialmente OpenStack è concepito per funzionare su architetture x86, benché sia previsto il supporto per quelle ARM. Attualmente, TryStack dispone complessivamente di 156 core, 1040 Gigabyte di memoria e 59,1 Terabyte di memoria di massa. Ciò che ora il gruppo sta aggiungendo è l’accesso gratuito ai server RedStone di HP, basati su Calxeda: su di essi gira Ubuntu Linux.

Oltre ad HP e Calxeda, l’hardware, il software e l’hosting sono forniti da OpenStack, Canonical, Core NAP e Rackspace. I server impiegano Linux Containers (LXC), un tipo di virtualizzazione capace di incrementare l’efficienza dei server ma, in cambio, permette una sola istanza di sistema operativo per ciascun core (cfr. i Container Solaris e le “jail” di FreeBSD).

Dunque, la natura virtualizzata rende TryStack non idoneo per misure di potenza di calcolo o benchmarking, tuttavia per fine anno è previsto l’ingresso in servizio di hardware dedicato. Inoltre va ricordato che le CPU ARM hanno dei limiti, in confronto alle x86: esse sono “ferme” a 32 bit, per dirne una, ma c’è anche qualche vantaggio.

Scrive Calxeda: “Che tipo di esperienza utente vi potete aspettare? Be’, molti la troveranno noiosa: appare e si comporta esattamente come una qualsiasi istanza server di Linux. Ma il punto è proprio quello: per la maggior parte del codice, si tratta solo di compilare e via. Per funzioni interpretate come Java, PHP, Lamp e simili, non c’è pressoché nulla da fare: caricare e avviare. Sarà solo un po’ più lento e assorbirà meno energia: ogni quad-core assorbe in tutto 5 Watt sotto carico e 1/2 Watt quando in stato di attesa”.

Se si è sviluppatori e lo si vuol provare, basta fare una richiesta di entrare nel gruppo TryStack su Facebook, quindi richiedere accesso alla “zona server ARM”. Calxeda sostiene anche di voler rendere al più presto più snella tale procedura. Però, tutto sommato, è gratis, chiosa Ars: difficilmente qualcuno se ne lamenterà.

Chi scrive, come noto, non ha mai concettualmente accolto con calore incondizionato il cloud computing. Tuttavia, esso rappresenta una delle novità più rivoluzionarie degli ultimi anni e, se ben impiegato, ha le carte in regola per offrire concreti salti in avanti nelle tecnologie informatiche: se solo si pensa ai servizi offerti da Amazon (e ai CDN, in generale) con tale tecnologia, ci si rende conto di quale grande salto ha già permesso, e questo non è che l’inizio.

Marco Valerio Principato


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Sezione in lettura: Informatica

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