Google Keep: will they Keep it? Ossia: durerà?

L'ascia, che Google - nonostante tutto - ha sempre pronta.
L'ascia, che Google - nonostante tutto - ha sempre pronta.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 24/03/2013
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Un’idea per salvare le idee: questo il concetto alla base di Google Keep, nuova applicazione di Google. Ma ora la gente comincia a chiedersi: quanto reggerà, prima di provarla.

SThe Atlantic c’è un’interessante riflessione di James Fallows, stimolata da una delle ultime creazioni di Google, battezzata Google Keep. L’idea di Google – questioni privacy a parte – è interessante: un sistema che consente di «prendere nota di ciò che ci salta in mente», il tipico block notes delle «idee».

L’idea memorizzata è ancor più abbellita dal fatto che non permette solo di prendere nota in forma testuale, tutt’altro: una volta fissata con un titolo, per esempio, può essere corredata di registrazioni vocali, di foto o filmati, file, qualunque elemento si ritenga possa corredare questo appunto 2.0 di altre informazioni utili a renderlo il più concreto e circostanziato possibile.

Dietro, naturalmente, c’è Google, su cui tutto si memorizza. I dati, scritti sul proprio Google Drive, sono poi disponibili su qualunque device (a condizione che si sia autenticati con la stessa utenza, ovvio).

James Fallows, corrispondente del quotidiano (che confessa di avere amici e un figlio che lavorano in Google), amerebbe l’idea di Google Keep, ma si domanda: per quale ragione dovrei concedere fiducia a un simile prodotto, imparare a usarlo, farci affidamento e «sagomare» le mie attività «attorno» a quel prodotto, per di più sperimentale, se poi c’è il rischio concreto che faccia la stessa fine di Google Health, oppure di Google Notebook (o, come più recentemente abbiamo visto, di Google Reader)?

In buona sostanza Fallows dice: posso anche ritenere Google un punto di riferimento “trusted” (di fiducia, e poi su questo ci sarebbe da discutere) per quanto concerne la ricerca sul Web, ma per quanto concerne le altre funzioni e le altre attività – specie quando sperimentali – è sciocco farlo: concedere loro il proprio tempo e (di nuovo) i propri dati per far provare loro se una data applicazione funziona è quanto meno poco intelligente, dal momento che improvvisamente Google potrebbe decidere – come ha fatto per tante altre funzioni – di toglierla di mezzo.

Fallows ricorda, infatti, che le applicazioni prodotte da quelle aziende concentrate su un prodotto specifico (e ricorda come Lotus Agenda, un prodotto per MS-DOS di vent’anni fa, ancora è in giro e ancora viene usato attivamente, anche a mezzo emulatori) hanno molte meno possibilità di “scomparire” da un momento all’altro, anche qualora l’azienda si trovasse “out of business”.

Non altrettanto, ovviamente, accadrebbe per un prodotto come Google Keep del quale, tra l’altro, all’utente non resta in mano nulla: per usarlo c’è una App, al di là della quale deve esserci Google con in piedi il sistema che la fa funzionare. Al venir meno di quel sistema, la App è semplicemente inservibile, inutile, e non c’è nessuna possibilità – a differenza di una Lotus Agenda a caso – di farla “funzionare in locale”. E questo ragionamento, se ben ci si pensa, finisce per dar ragione a personaggi come Richard M. Stallman.

Dario Denni, segretario generale dell’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP), ha definito l’iniziativa «cronaca di un insuccesso annunciato» ed è difficile dargli torto. In effetti lo stesso Fallows, che in un successivo post ha rilevato come la sua riflessione abbia stimolato altrettante riflessioni settoriali su altre fonti (sul Washington Post, su Mother Jones, su Economist con un taglio più squisitamente economico, sul Guardian secondo cui Google Keep campa massimo fino al 2017 e, infine, le riflessioni del veterano della User Experience di Microsoft, Brian Glucoft), non è un contrario a Google, tutt’altro. Ma per i suoi particolari “gusti” sul software, che ha notato essere condivisi da più di qualcuno, iniziative come Google Keep e simili sono decisamente a rischio: è troppo probabile che quando meno te lo aspetti Google cali l’ascia (dal delizioso inglese metaforico axing it) e uccida il prodotto semplicemente perché di nicchia e non di massa.

Per carità – ammette Fallows – Google non ha mai negato la possibilità, all’atto del calare l’ascia, di dare il tempo alla gente di esportare e salvare i propri dati: iniziative come Data Liberation lo provano. Ma è chiaro che oggi, nonostante il notevole sovraccarico informativo, la gente sa muoversi con più cautela. E l’osservazione della storia di Google ricorda con troppa prepotenza che quando il gigante del Web fa un “esperimento”, osserva la reazione dei mercati: se l’esperimento si delinea come adottabile in massa, lo trasforma in una feature, ma se si delinea come adottabile da nicchie, molto probabilmente (quasi certamente) cala l’ascia. Naturalmente, per “massa” e per “nicchia” si debbono intendere comunque grandi numeri, all’altezza di un gigante: se vi sono 10 milioni di utilizzatori, che a noi comuni mortali possono sembrare tanti, per Google è nicchia. Per Google si parla di massa quando i numeri vanno da 100 milioni (almeno) in su.

Ed ecco perché, in linea di massima, è difficile dar torto sia a Fallows che a Dario Denni.

Cosa concluderne? Che Google – a mio modesto avviso – gioca con il mondo, forte delle sue dimensioni e forte del fatto che è lei, come azienda, a gestire la polis globale. La metafora aristotelica ci sta sempre bene: noi, che siamo l’oikos, siamo solo le formichine che brulicano nei confini della polis, ma (secondo Google) non decidiamo e non abbiamo prerogative.

Ma dato che – come sostiene il filosofo Giacomo Marramao (che ho quest’anno come docente) – mondializzazione e globalizzazione sono due concetti tutt’altro che sinonimi (il primo delinea l’estensionalità della storia che si amplia e si spalma su tutto il mondo e non sulle singole nazioni, mentre il secondo delinea la finitezza del globo terrestre, metaforicamente sferico, circumnavigabile e dunque visibile allo stesso modo da qualsiasi punto di vista, sfumando così i concetti di orienteoccidente), l’informazione – come abbiamo appena visto – fa presto a “girare”. Ed è molto probabile che più di qualcuno ci rifletta.

Su questo il potere di Google è zero, che lo voglia o no, e lo sa benissimo. Per questo è probabile, probabilissimo che l’ascia sia già pronta. Ed è per questo che l’impiego di Google oltre i confini del search dobbiamo imparare a valutarlo, soppesarlo attentamente, non sovrausarlo, non sovrastimarlo, abbandonare il concetto di Google-centric life, concentrarci di più sulla nostra antropologia, nella quale Google non deve entrare. In una parola, dobbiamo crescere e saper essere autonomi. Anche rispetto a Google. Perché di papà ne abbiamo uno, quello biologico, e Google non deve prendere il suo posto.

Marco Valerio Principato

COMMENTI (FACEBOOK)

Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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Commenti (locali)
  1. Sandro kensan ha detto:

    Non ho letto l’articolo ma solo l’introduzione e devo dire che il “ma” che introduce il secondo paragrafo mi ha dato molto fastidio: che garanzia ho io che leggendo l’articolo impari che l’articolista è un giornalista serio senza buttare via il mio tempo in quanto il tipo può decidere di cambiare lavoro?

    Oppure di conoscere una persona che poi può morire? Discorsi assurdi? certamente come quelli nell’introduzione all’articolo.

    • Sandro,

      deve scusarmi ma la sua contestazione – se lo è – non è affatto chiara: non comprendo esattamente (se e) cosa contesta, a chi e in che termini. L’articolo parla di… un altro articolo, personalmente non riesco a cogliere il benché minimo senso del suo commento. Senz’altro sono io a non capire, non afferro proprio.
      MVP

  2. j4mes ha detto:

    Bha, questo parlar male sempre e comunque di Google no lo capisco. I problemi qui annunciati, si possono applicare a qualsiasi software house che produce software closed source. Il rischio è ancor maggiore se fa software close source sul web. La differenza tra Google e le altre aziende in questo caso la fa proprio servizi come Takeout. Se un servizio “muore”, Google da la possibilità di esportare i dati.
    Seguendo questo discorso allora, perchè dovrei utilizzare evernote (il rifierimento al tipo di programma è voluto, visto che si sostiene che questo software sia pensato male e realizzato anche peggio)? Se la software house di evernote fallisse o chiudesse il programma (come lei tutti gli altri ripeto), siamo sicuri che mi venga data la possibilità di esportare i dati? Quante altre aziende danno la possibilità di esportare i daiti dei loro software (web based o no e gratuiti, almeno nella forma più classica del termine) per riutilizzarli magari in software concorrenti (Google da la possibilità di esportare i dati indipendentemente dalla chiusara del servizio).
    L’alterativa qual’è? Utilizzare software con contratti con i quali le softare house si impegnano vita natural durante?




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