Apple + IBM, miscela infernale

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 16/07/2014
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Questa non è una semplice partnership: è una vera e propria alleanza, tra due colossi di portata e potenza economica mondiali, e il vero mostro del terzo millennio, cioè i Big Data. Davvero da brivido.

Ce lo vedete un iPad, quello targato Apple, proposto da IBM? Be’, se avrete dato un’occhiata ai titoli recenti delle notizie, risponderete si. Non vi suona, però, un po’ strano che due colossi di quella portata siglino un qualsivoglia tipo di accordo, di collaborazione o di partnership? Si, vero? E invece non è strano. La risposta è una: Big Data.

Mi sembra assai curioso, francamente, che ad oggi – almeno online – Il Sole 24 Ore non ne parli (il link restringe a una settimana). Apple, però, sappiamo che una ne pensa e cento ne fa. Sappiamo che è sulle automobili, esattamente – dal 2015 – su 29 case, anche se in certo qual modo “insieme” a Google.

E IBM, “zitta zitta”? IBM è viva e vegeta. Ha saputo reinventarsi, concentrandosi su settori più redditizi e produttivi, lasciando mercati come quello dei personal computer a Lenovo o come quello delle stampanti a Lexmark. Dove c’è computer più grande del solito PC c’è IBM; dove ci sono software estremamente impegnativi, ed è il caso dei Big Data, c’è anche IBM. Anche, certo: ricordate il caso del ricorso ai Big Data da parte del quotidiano The New York Times? In quel caso c’era dietro HP. Ma non che IBM non sia all’altezza di tali attività, anzi, forse ancor più di HP. Era l’anello mancante ad Apple per dare concretezza all’enorme mole di informazioni di cui dispone, che solo un trattamento come quello delle Big Data Operations è in grado di fornire.

Quando altre fonti sostengono che «IBM vuole mette a frutto la sua potenza nel settore dei big data e l’analisi, mentre Apple vuole diffondere iOS e i suoi prodotti nelle imprese, guadagnando nuovi clienti», pur rappresentando la dichiarazione una piccola parte della concretezza dell’accordo, questa è solo la “scusa” ufficiale, la “facciata” con cui si debbono alimentare opinione pubblica di basso-medio livello e comunicati stampa. Gli interessi veri di un simile accordo sono altri.

Chi segue queste pagine con reale interesse sa bene qual è il peso, l’importanza è il “reverente timore” che personalmente nutro per i Big Data. Non è un timore per il business più grande del mondo in sé, che è in grado di ottenere insiemi di conoscenza di proporzioni inimmaginabili e di valore enorme per il bene dell’umanità. Ma, al contempo, quello per un rischio di pari dimensioni per la tutela della riservatezza, della privacy e della dignità delle persone, le cui identità a tutto tondo non hanno più alcun segreto, non riescono a sfuggire in nessun modo alla grande schedatura planetaria dei Big Data, nella consapevolezza che essi sono in mano a colossi come quelli spesso qui nominati: Google, Apple, HP, IBM, Yahoo e qualche altro.

L’accordo, dunque, che Tim Cook (CEO Apple) e Ginni Rometty (CEO IBM) hanno siglato1 è senz’altro di portata storica. Ma non soltanto perché nascerà una profonda sinergia tra gli skill business-oriented che Apple “sa di non avere” e quelli high-grade consumer-oriented che IBM “sa di non avere (più)”, sarebbe troppo poco: avrebbe della “semplice” partnership, risulterebbe quasi poco credibile possa trattarsi “solo” di questo.

Dietro a propositi come la creazione di una nuova categoria di applicazioni rivolte a «vendita, assistenza sanitaria, attività bancarie, viaggi, telecomunicazioni e assicurazioni» c’è l’abbracciare un mondo di dati personalissimi (sanità), delicatissimi (banche in ambito business), interessantissimi (viaggi di personalità), approfonditissimi (TLC), criticissimi (assicurazioni), eccetera.

Significa, appunto, aver attivato una miscela infernale, davvero infernale, con le potenzialità di generare un business mostruosamente grande ed estremamente minaccioso per la concorrenza. Penso alla “triade” Google/Android, Apple/iOS(+IBM), BlackBerry/BBOS, dove ritengo a questo punto molto a rischio il futuro di BlackBerry: solo Google ha la forza per sopravvivergli, ma davvero non so cosa potrà inventarsi stavolta John Chen, CEO della casa canadese, per non soccombere.

Non saprei da chi, realmente, dei due CEO è partita l’idea. Ma una cosa è certa: si tratta di una vera e propria alleanza tra tecnologie, che gli anglosassoni non esiterebbero a definire disruptive.

Mi viene, al contempo, da ridere e da piangere. Ma solo il tempo potrà darci misura concreta degli esiti di una simile novità.

Marco Valerio Principato

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  1. Per maggiori dettagli “ufficiali” vi sono pagine dedicate sui rispettivi siti di Apple e di IBM.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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