Android for business. Ma di chi? E anche: «di che»?

Android for Work nella copertina di Wired USA
Android for Work nella copertina di Wired USA
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 27/02/2015
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Tocca a Google ora, cercare di penetrare il segmento business. Ma là non ci sono i superficiali e i sempliciotti reperibili nel mercato consumer: non è così facile.

L’ultima mossa di Google: tentare di circuire l’utenza business. È questo il movente di Android for Work, ossia Android per lavoro, annunciato questa settimana sul blog del gigante del Web e dotato, naturalmente, del suo portale.

Nasce per funzionare in Android Lollipop 5.0, al cui interno trova lo spazio e l’ambiente ideali per operare. Di fondo, ha di buono l’implementazione di specifici profili per il lavoro, con la cifratura attiva per impostazione predefinita, la multiutenza e il Kernel SELinux (di sicurezza, ndB).

Per le versioni meno recenti di Android è prevista una Work App, comunque in grado di far operare anche gli smartphone meno brillanti con posta sicura, calendario, contatti, documenti, navigazione e accesso alle App approvate dall’azienda, il tutto gestibile tramite il proprio reparto IT.

Nasce, al contempo (anche se con poca fantasia, come dice Wired), Google Play for Work, nome decisamente autoesplicativo, volto a creare uno specifico marketplace dedicato, alla cui disponibilità si affiancano strumenti di produttività classici, collegabili con Microsoft Exchange e Notes.

«Le persone potranno usare le proprie app personali sapendo che il datore di lavoro gestirà unicamente i dati legati alle app di lavoro e non cancellerà o neppure vedrà i loro contenuti personali», spiega Il Sole 24 Ore, ricordando che una simile mossa da parte di Google trova spiegazione nella saturazione del mercato consumer, un fatto ormai abbastanza evidente se solo si ripensa all’alleanza siglata tra Apple e IBM proprio per indirizzare, invece, il segmento business.

«Le novità – dice l’Ansa – sono frutto di partnership con poco meno di una trentina di società tra fornitori di servizi di gestione, sviluppatori di app e costruttori. Si va da BlackBerry ad Adobe, da Cisco a Samsung, da Lg a Sony».

Gli obbiettivi, dal punto di vista di Google, sono più che legittimi ma, di certo, non trovano terreno sgombro. Il segmento business non è plasmabile e circonvenibile come quello consumer: le aziende – almeno quelle sane – dovendo tutelare il proprio profitto per esistere, non si fanno facilmente infinocchiare. E se per il comune consumatore la privacy e la sicurezza dei propri dati possono anche non esistere, per il segmento business non è così. Non bastano le promesse, è sufficiente che dietro ci sia Google per far nascere sospetti e ingenerare diffidenza.

Va anche precisato che Wired ne ha detta una grossa: «Da quando Blackberry ha perso il titolo di business phone per eccellenza in favore dell’iPhone di Apple, molte altre realtà del settore hanno provato a intercettare i bisogni di questa particolare tipologia di utenti: Microsoft su tutte». Vero che Microsoft ci abbia provato come una pazza, ma falsissimo che BlackBerry abbia perso il titolo di business phone per eccellenza: se al business ci si sta pensando davvero, a trecentosessanta gradi, non solo non ha perso quel titolo, ma resta l’unico ad averlo davvero.

Basterebbe solo ricordare che è uscito uno smarthone chiamato Passport. Ma, volendo altro, basta dare un’occhiata al gruppo BlackBerry for Business su LinkedIn, oppure, laddove non bastasse, direttamente al BlackBerry Business Blog. Una panzana più grande Wired non poteva dirla, spiace constatarlo, ma è così.

Si chieda a qualunque manager (responsabile: non a quelli rampanti dell’ultimo minuto) e sveglio di stilare una classifica per brand, pensando all’adozione di un modello di business basato sull’impiego di smartphone. La risposta sarà questa:

  1. BlackBerry
  2. Apple
  3. Microsoft
  4. Nulla: meglio a mano, ma se proprio non se ne può fare a meno
  5. Android, ma solo con estrema cautela e facendo attenzione massima ai dati.

Che Google faccia del tutto per cercare di superare queste resistenze è ovvio: significa impadronirsi di un’altra miriade di dati, personali, aziendali, industriali. Oro puro per i Big Data.

Ma anche i dirigenti e i manager responsabili lo sanno.

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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