Chiavette-bomba e altri scherzi di cattivo gusto

Una chiavetta USB a forma di bomba.
Una chiavetta USB a forma di bomba.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 09/04/2015
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Se temete che i servizi segreti russi possano desiderare di incendiarvi il computer, fate attenzione a quali chiavette USB vi prestano: potrebbero funzionare…

Roma – A volte alcuni titoli sono davvero esagerati: La chiavetta USB killer, seguito da un catenaccio che recita «il gadget creato da un ingegnere russo è in grado di fondere un pc». Non è tutto falso, ma è evidentemente scritto da chi, di tecnologia informatica ed elettronica, sa ben poco.

L’anonimo ingegnere russo che si fa chiamare Dark Purple evidentemente non ha nulla da fare di meglio nella vita, ovvero è magari pagato dai servizi segreti per costruire armi letali. Vediamo di capire un po’ meglio come stanno le cose.

«All’interno della chiavetta si trova un convertitore di potenza che carica un condensatore a -110V», dice l’articolo. Intanto è fuori luogo quel segno meno: è elettricamente irrilevante ai fini delle intenzioni del fantomatico ingegnere.

Tuttavia, caricare un condensatore (un componente elettronico capace di accumulare energia, un po’ come le batterie) a quel livello di tensione è possibilissimo e, elettronicamente parlando, è anche facile: basta un piccolo circuito cosiddetto “elevatore”, cioè capace di convertire i 5 Volt che circolano sulla porta USB, in una tensione molto più alta (anche se di intensità molto più bassa ma sufficiente per caricare un condensatore).

Una volta caricato il condensatore, mediante un altro circuito dedicato è possibile, in effetti, “scaricarne” tutta l’energia accumulata dirigendola verso la presa USB a cui è collegata la chiavetta-killer.

A questo punto è chiaro che il circuito integrato a cui ogni presa USB fa capo, molto simile alle vecchie UART di cui si servivano le vecchie porte seriali RS232, alla ricezione di una tensione di 110 Volt in linea di massima si rompe: è impossibile che resista, essendo progettato per lavorare, appunto, con una tensione di 5 Volt.

“Si rompe” significa semplicemente che si lacerano gli strati isolanti all’interno del chip, evaporano parte dei materiali da cui è protetta la lastrina e, con ogni probabilità, si produce un piccolo “cratere” a causa dell’aumento di pressione interna causato dalla combustione. Di solito, assieme a questo, si produce anche l’isolamento dal resto del circuito per via delle protezioni elettrochimiche interne al chip, fatte apposta per non propagare danni.

È dunque molto, molto improbabile che il computer “prenda fuoco” o si possa “fondere” (non è una fornace…): può magari bloccarsi, può spegnersi per un intervento della protezione da parte dell’alimentatore, può dare di matto per uno sbalzo di tensione provocato dalla rottura del chip, ma l’evenienza che possa incendiarsi è estremamente remota e quella che possa “fondere” ancora di più.

L’articolo poi narra dell’aneddoto-leggenda del floppy disk allo zolfo. L’idea era di far si che un floppy disk le cui superfici fossero state cosparse di zolfo, analogo a quello con cui sono realizzati i famosi cerini, una volta inserito nel floppy disk drive sfruttasse le testine di lettura e scrittura come “accenditori”: sfregando sulla superficie tutto lo zolfo si sarebbe infiammato, appiccando il fuoco.

Va da sé che una simile manovra, oltre ad essere difficile da realizzare, avrebbe molto scarse possibilità di successo: un floppy così trattato produrrebbe uno sforzo d’attrito talmente elevato da impedire del tutto al motore di rotazione di girare e tale motore, essendo a pilotaggio elettronico, andrebbe immediatamente in protezione smettendo di applicare forza.

Il giornalista ha poi pensato di infilarci la questione Stuxnet, il virus che di danni ne ha fatti un bel po’ (anche se in gran parte dovuti alla solita mancanza di spirito e di “presenza” umane). C’entra un po’ come i cavoli a merenda ed è piuttosto poco pertinente: serve solo per “allungare l’articolo” e aggiungere credibilità, operazione che può riuscire solo con la grande quantità di sprovveduti ai quali, evidentemente, l’articolo si rivolge.

Una sola cosa è davvero condivisibile: la chiusura. «State molto attenti a chi si avvicina al vostro PC e non accettate USB dagli sconosciuti», dice. Verissimo, anche se somiglia tanto al «non accettare caramelle dagli sconosciuti», frase che i genitori della generazione di chi scrive si sgolavano a dire negli anni ’60 del ‘900, nel tentativo di scongiurare il pericolo della circolazione di sostanze stupefacenti davanti alle scuole sotto forma di caramelle.

Ma chi legge queste pagine sa bene che davvero bisogna fare attenzione ai dispositivi USB “sconosciuti”, come si è sempre raccomandato, anche in occasioni realmente molto più pericolose.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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