Cloud computing, inaffidabilità garantita

Simbolo di infinito.
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La Redazione
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Pubblicato il: 27/04/2015
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(Di Alfonso Maruccia) – È bene riflettere prima di ritenere il mondo cloud ideale e incapace di fermarsi. L’autore ci ragiona, citando casi concreti e circostanze reali.

Roma – Fra le tante bugie propinate a utenti e aziende dai provider del cloud computing, quella dell’affidabilità e della disponibilità full-time è sempre la prima a essere smentita dai fatti. Le piattaforme cloud finiscono off-line con una certa regolarità, e poco importa che l’infrastruttura sia necessaria per la gestione di applicazioni e dati in tempo reale o che il provider coinvolto sia un colosso dell’hi-tech. Prima o poi tutti i server remoti evaporano in una nuvola di rammarico, e all’utente non resta che godersi la frustrazione derivata dall’aver affidato il proprio business o la propria vita digitale a chi vuole solo trasformarli in guadagni.

Un disservizio ai sistemi remoti di Apple per l’acquisto di app e altra minimalia digitale può non essere un problema grave, non altrettanto si può dire della comparsa di errori su App Engine: il servizio PaaS (Platform-as-a-Service) di Google ha mal digerito un aggiornamento alla fine di marzo, generando errori 503 (servizio non disponibile) per “meno dell’1%” delle applicazioni che fanno uso della piattaforma. Un problema di minore importanza, ha suggerito Google, chissà come la pensano i clienti che a causa di quel piccolo problema non hanno potuto usare le loro applicazioni cloud per quasi un’ora.

E chissà come saranno stati felici delle meravigliose promesse del cloud i giocatori di NBA 2K14, titolo sportivo di 2K Games che un paio di settimane fa ha sperimentato lo spegnimento temporaneo dei server on-line: non solo la modalità multiplayer, ma anche i salvataggi delle partite in single-player dipendenti dalla infrastruttura cloud sono divenuti inaccessibili prima della riattivazione dei server. Cosa potrà mai andare storto, a questo punto, se Amazon si mette in testa di vendere persino il software per PC come un prodotto SaaS (Software-as-a-Service) ad abbonamento mensile?

Il colosso dell’e-commerce desidera ardentemente lucrare sul ritorno in grande stile della moda dei thin-client, ed è possibile che una nuova generazione di gonzi si beva le promesse della corporation. Almeno finché i server remoti non verranno spenti per sempre, come è recentemente avvenuto con il servizio di cloud gaming di OnLive: la società che voleva mandare in pensione le macchine videoludiche dedicate ha chiuso i battenti, cancellato tutti i dati degli utenti e svenduto gli asset a Sony, una multinazionale che produce macchine videoludiche dedicate dal 1994.

E la sicurezza? Sul cloud la sicurezza è un grande spasso, ma per i cyber-criminali: i servizi di cloud storage come Box e Amazon Web Services (AWS) sono l’host perfetto per worm e altri tipi di codice malevolo, mentre i possessori di NAS e altri dispositivi di storage raggiungibili da remoto forniscono l’accesso completo ai dati agli algoritmi di indicizzazione di Google. Amazon ha candidamente ammesso che il principale rischio alla sicurezza, sul cloud, sono gli utenti; passando dai sistemi locali a quelli remoti l’origine del problema non cambia, con buona pace di chi propaganda il cloud computing come la soluzione a tutti i mali della moderna sicurezza informatica.

E tuttavia le corporation telematiche continuano a vendere l’idea che il cloud rappresenti il futuro di qualsiasi cosa, sia in grado di inglobare qualsiasi business e di sostituire qualsiasi infrastruttura informatica locale; Hewlett-Packard aveva inizialmente spostato questa idea, ma ora ha deciso di ridurre drasticamente la sua presenza nel mercato dei servizi cloud pubblici concentrandosi piuttosto sulle offerte di cloud privato. Non così Amazon, azienda che con AWS il cloud pubblico lo ha praticamente inventato e che sostiene di poter offrire nuovi piani di storage “infinito” per foto e altri tipi di dati. Computing “infinito”, ecco un’altra bella parola da aggiungere alla lista sempre crescente di nonsense propinati dagli spacciatori di fumo digitale del cloud.

Alfonso Maruccia
Sir Arthur’s Den blog

(Ripubblicato con il permesso dell’autore; l’articolo originale si trova qui)


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