Apple Music, i servizi cloud e la consapevolezza

Figura 1: l'idea del cloud è allettante, ma per usarlo senza rischi occorre la massima consapevolezza.
Figura 1: l'idea del cloud è allettante, ma per usarlo senza rischi occorre la massima consapevolezza.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 09/05/2016
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Un utente Apple Music, alla scadenza dell’abbonamento, ha perso 122 GB di file musicali di sua proprietà. La colpa? Purtroppo è sostanzialmente sua.

Roma – «Se mi lasci ti cancello. La musica»: così esordisce l’articolo di Tom’s Hardware della scorsa settimana1, in cui si racconta di un utente/cliente Apple al quale la scadenza dell’abbonamento ad Apple Music avrebbe dato un colpo di ramazza al proprio hard disk, in cui con il tempo il cliente aveva accumulato 122 GB – sì, Gigabyte – di brani musicali. Non è il solo, secondo quanto racconta la rivista diretta da Pino Bruno.

James Pinkstone, questo il nome del cliente, si è adirato sul Web2, sui social, per telefono, in ogni modo. Ma non ha risolto il problema. Può, teoricamente – una volta riacceso l’abbonamento – riottenere i suoi brani. Ma scaricare 122 GB di file non è esattamente un’operazione di pochi minuti, né semplice, trattandosi di migliaia di brani da riselezionare uno a uno.

L’episodio dovrebbe invitare a una profonda riflessione, nonché a meditare sulla superficialità e sulla faciloneria con cui la stragrande maggioranza degli utenti si “concede” all’impiego di servizi cloud – quali essi siano – senza avere prima acquisito le necessarie competenze.

Va detto che le grandi companies – tutte, inclusa Apple – di certo non aiutano in direzione della consapevolezza. Anzi: all’apparenza, secondo la loro dialettica, è tutto più facile, più semplice, interoperabile, utilizzabile ovunque in maniera trasparente e su qualsiasi device, eccetera.

«Parole, parole, parole…», recitava il testo di una nota canzone3.

Cogliamo l’occasione per trarne una lezione.

Prima nozione. Mettiamoci bene in testa una cosa: quando un qualsiasi nostro file4 risiede “in cloud” e solo5 “in cloud”, siamo nella circostanza più pericolosa: se per qualsiasi ragione perdiamo l’accesso alla “cloud”, abbiamo anche perso l’accesso a quel file.

Primo provvedimento. Abituiamoci, dunque, a “rovesciare” il concetto: il nostro file di cui sopra deve risiedere primariamente su uno spazio di memorizzazione nostro, privato, sul quale non esista (al di là dei guasti, che sono altro argomento) alcuna possibilità che alcuno possa negarci l’accesso. Poi, per nostra comodità, potremo collocarne una copia nella “cloud”. Di conseguenza, anche se perderemo l’accesso alla “cloud”, potremo altamente infischiarcene. In sintesi: concettualmente, l’originale “a casa”, una copia “in cloud”, ma mai il contrario o, peggio, solo in “cloud”.

Seconda nozione. L’uso di sistemi commerciali che si presentano come “integrati con la cloud” (tipicamente iTunes, ma anche altri) sono delle trappole. Sono studiati in modo tale da rendere tutto semplice per essere appetibili, accattivanti e utilizzabili da tutti, ma in casi come quello citato si rivelano delle strade senza uscita. Diffidare.

Secondo provvedimento. Quando si acquista un qualsiasi prodotto dell’ingegno6 in formato digitale, è indispensabile che si riceva tale prodotto sotto forma di file replicabile e copiabile a scopo salvataggio. Questo iTunes (ma anche altri sistemi simili) non lo fa: esso vende un “diritto di accesso e fruizione limitato”, ma non consegna il file in modalità direttamente accessibile. Dunque è da considerarsi inaffidabile e rischioso. Laddove non vi siano alternative e non si intenda rinunciare, occorre almeno eseguire un backup del proprio computer (o smartphone: stesso discorso), ad ogni nuova acquisizione. Ma, se possibile, è molto meglio rivolgersi a fonti alternative, dalle quali sia possibile ottenere il diritto di accesso permanente e inamovibile all’opera acquistata.

Terza nozione. Computer e smartphone non devono essere l’unica sede in cui si custodiscono file ai quali, per qualsiasi ragione, teniamo. È profondamente errato, alla luce di quanto stiamo discutendo, scattare foto e “abbandonarle” sullo smartphone senza salvarle altrove. Allo stesso modo, è errato lavorare duramente su un documento, un prospetto, una presentazione o altre attività simili e salvarle solo sul computer, credendo di stare al sicuro.

Terzo provvedimento. Rientrando a casa dopo aver scattato foto con lo smartphone, il prima possibile si debbono salvare le foto stesse su un supporto esterno, indipendente, che non deve essere il computer né tanto meno la “cloud”, ma un hard disk esterno7, che una volta ricevuto il materiale viene disconnesso. Stessa cosa per i lavori svolti su computer: l’hard disk interno del computer deve servire solo come “area temporanea di lavoro”, ma non come archivio. Quest’ultimo, come nell’esempio dello smartphone, dovrà essere un dispositivo separato, sempre e senza eccezioni, avendo cura che sia totalmente disconnesso una volta eseguito il salvataggio.

Nota specifica per l’architettura Apple. Se si scattano foto, si riprendono video o si lavora su documenti su un iPhone o un iPad e se si impiega il servizio cloud di Apple (cioè iCloud), tutti i file sono presenti sul proprio device e, non appena la connettività lo permette, vengono inoltrati su iCloud. Non accontentarsi: collegarsi al sito di iCloud (www.icloud.com), autenticarsi con la propria utenza e procedere al salvataggio locale, come spiegato sopra. Il fatto che i propri lavori siano presenti in doppia copia (sul device e su iCloud) non garantisce nulla. Stessa cosa per eventuali altri sistemi analoghi (Google Drive e OneDrive di Microsof).

Caso specifico dei contenuti multimediali. Acquistando il diritto all’ascolto su sistemi come iTunes o come Spotify in realtà non si acquista il file con il contenuto desiderato, bensì una licenza d’uso di un file residente al di fuori del nostro device, smartphone o computer che sia. Bisogna saperlo e cambiare approccio mentale: quel tipo di “accordo” va considerato alla stregua della radio. Ascolto un brano adesso, una volta ascoltato potrebbe non capitarmi più di ascoltare lo stesso brano. Dunque, ciò a cui veramente tengo deve essere salvato localmente e, se ciò non è possibile, o accetto il rischio (e di conseguenza non faccio rimostranze in caso di mancato accesso) o mi rivolgo ad altre fonti (che è forse il metodo migliore) che mi consentono il salvataggio locale integrale, senza se e senza ma.

Conclusioni. Il concetto di cloud, nelle sue diverse varianti, lo abbiamo affrontato qualche tempo fa8 con intenti divulgativi chiarificatori. Abbiamo anche ripubblicato, con il permesso dell’autore, un articolo alquanto critico9 nei confronti di queste nuove tecnologie, la cui lettura è senz’altro consigliabile.

Tuttavia nessuna di queste tecnologie va guardata con diffidenza: il solo atto necessario è quello di farne un impiego consapevole, ricordando bene di cosa si tratta e il principio architetturale di funzionamento10.

Facendone impiego su queste basi, il mondo cloud apre molte possibilità, “fa comodo”, rende possibili operazioni impensabili prima del suo avvento, facilita la vita, rende più semplice l’interoperabilità tra device diversi, e molto altro.

Viceversa, lasciandosi “comandare a bacchetta” da chi questi servizi li vende, si avrà solo una certezza: il venditore sarà sempre salvo e tutte le componenti di rischio saranno abilmente rigirate sul cliente che, ignaro, non se ne avvedrà perché il venditore, naturalmente, se ne guarda bene dal metterle in evidenza.

Nessun venditore di servizi cloud metterà mai bene in chiaro quali sono i rischi a cui si sottopone chi lo impiega. Le loro retoriche sono impostate sfacciatamente ad captandam benevolentiam11 e nascondono abilmente la complessità sottesa al meccanismo.

La soluzione – purtroppo – come ama dire il docente di giornalismo del corso di laurea di chi scrive12, è una sola: «studia!».

Marco Valerio Principato

(Articolo in formato PDF)


1 Manolo De Agostini, Scade Apple Music e perde 122 GB di musica, cancellata?, 6 maggio 2016, Tom’s Hardware, in http://www.tomshw.it/news/scade-apple-music-e-perde-122-gb-di-musica-cancellata-76745.

2 James Pinkstone, Apple Stole My Music. No, Seriously., 4 maggio 2016, Vellum Blog, in https://blog.vellumatlanta.com/2016/05/04/apple-stole-my-music-no-seriously/.

3 Parole parole è un brano musicale della cantante italiana Mina, pubblicato su vinile a 45 giri il 13 aprile 1972[1] dalla PDU e poi inserito nell’album Cinquemilaquarantatre, pubblicato nel maggio dello stesso anno. È il pezzo che meglio rappresenta la proficua collaborazione fra la cantante ed il maestro Gianni Ferrio[2] (fonte: Wikipedia, Parole parole, in https://it.wikipedia.org/wiki/Parole_parole).

4 Sia esso un documento, una foto, un filmato, un brano musicale, quale che sia il contenuto.

5 Ossia quando non disponiamo di alcuna copia locale dello stesso file.

6 Può trattarsi di un brano musicale, di un film, di un libro (sotto forma di e-book) o di una qualsiasi opera creativa: il discorso non cambia.

7 Naturalmente si avrà cura di impiegare un hard disk esterno o un NAS (Network Attached Storage, cioè dispositivo di memorizzazione connesso alla rete locale) munito di tecnologie di ridondanza, così da salvaguardare l’evenienza del guasto hardware. Limitarsi a una “pennetta” o a un hard disk senza tecnologie di ridondanza pone al riparo solo parzialmente.

8 M. V. Principato, Cloud computing, pro e contro, 27 aprile 2014, The New Blog Times, in http://nbtimes.it/?p=16996.

9 Alfonso Maruccia, Cloud computing, inaffidabilità garantita, 27 aprile 2015, The New Blog Times, in http://nbtimes.it/?p=19422.

10 Non è affatto richiesto, dunque, di conoscere l’intima struttura del software, i principi informatici o le tecnologie di cui si serve il concetto di cloud computing: è sufficiente la comprensione dei soli principi generali e della logica di funzionamento.

11 Vedasi Wikipedia, Captatio benevolentiae, in https://it.wikipedia.org/wiki/Captatio_benevolentiae.

12 Paolo Castiglia, docente di giornalismo per Scienze della Comunicazione dell’Università Roma Tre, in http://www.comunicazione.uniroma3.it/it/teacher/6.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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