IPv4, fine del film. Ora IPv6 è un obbligo
Il RIPE sta raschiando il fondo: stavolta gli indirizzi IPv4 stanno davvero agli sgoccioli. Talmente sgoccioli che ora chi ne vuole ne avrà massimo 1024 e dovrà dire perché, nonché dimostrare di aver già spazio IPv6
Roma – Su questo sito se ne parla da tempo, gli operatori sono apatici, non si muovono. Ma ora la pacchia è davvero finita: in Europa gli indirizzi IPv4 sono pressoché esauriti, adesso chi ne chiede ancora ne avrà un solo blocco di 1024 e, per averlo, dovrà spiegare cosa ci fa e soprattutto dovrà dimostrare di essere già dotato di indirizzi IPv6.
A dare la notizia è il RIPE NCC, organismo europeo che gestisce nel territorio la distribuzione degli indirizzi. “Finalmente il giorno è arrivato”, dice Axel Pawlik, managing director del RIPE. Occorre infatti ricordare che ogni singolo apparecchio, ogni smartphone che va online richiede il suo indirizzo (IPv4, per ora). Nel 1970, 4.3 miliardi di indirizzi sembravano abbastanza, oggi (e anche ieri) non lo sono più.
Infatti, venerdì scorso (14 settembre 2012) Il RIPE ha toccato quasi il fondo: gli sono rimasti 16 milioni di indirizzi. Potrebbero anche sembrare non pochi, ma non è così: RIPE ha giurisdizione europea, non ci vuole nulla a finirli. “I richiedenti (di IPv4, ndB) ora avranno circa 1000 indirizzi per richiesta”, spiega Pawlik. “E lì finisce. Potranno chiederli una sola volta e fine”.
Non basta: anche per averne così “pochi” (agli occhi di un provider), chi presenta istanza dovrà dimostrare di avere già ottenuto un’allocazione di spazio IPv6 e spiegare come intende farne uso. Prima di questa frenata brusca, il RIPE stava ancora assegnando qualcosa come poco meno di 4 milioni di indirizzi IPv4 ogni 10 giorni, a dimostrazione di quanto le ormai annose segnalazioni di “pericolo” sono rimaste inascoltate.
Secondo quanto riferisce il dirigente, a poco servirà adottare trucchi (leggasi: NAT) e assegnare indirizzi privati ai clienti per poi farli uscire su un unico gateway pubblico dotato di un “vero” indirizzo IPv4: se tale tecnica può essere adatta in certi casi, in molti altri non lo è e più passa tempo – dice Pawlik – meno sarà possibile farlo. ”Tale manovra è complessa, potenzialmente instabile e dispendiosa”, ha spiegato. “L’altra strada percorribile è solo andare in IPv6 e averlo sulla maggior parte dei propri equipaggiamenti di rete”.
Sarà forse abbastanza per decidersi a fare passi concreti? Non resta che attendere. Sperando che qualche indirizzo IPv4 resti ancora disponibile per leggerne notizia.
Marco Valerio Principato





































Sembra la stessa storia del debito pubblico dell’Italia fino a quando gli altri ci prestano i soldi si fa festa, quando i cordono vengono tirati ecco che si fanno piagnistei a non finire: pensarci per tempo no?