Hosting provider, incognite: il caso di Siteground

Leggere tra le righe... quella in giallo.
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Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 26/11/2014
Commenti 6 commenti | Permalink

Per il grande pubblico: questo articolo è per tecnici informatici, non per loro. Per i tecnici informatici: segnate in black list, un altro con «ulimit» basso.

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L'inizio dell'«appassionato» post su Siteground.
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Siteground è un hosting provider invidiabile: ha i data center negli Stati Uniti, in Europa e in Asia. Utilizza Cpanel, ha macchine Linux capaci di far funzionare pressoché qualsiasi “motore” (Wordpress, Joomla, eccetera, con tutti i servizi di database e accessori immaginabili) ed ha costi in lieve concorrenza con la maggior parte degli altri servizi simili.

Sono perfettamente consapevole del fatto che l’attuale hosting provider di questo sito, Hostgator, non è esattamente tra i più performanti quanto a potenza di calcolo. Il risultato è che la visualizzazione delle pagine, specie in momenti di maggiore frequentazione, può far attendere qualche secondo.

Per questa ragione sono sempre stato – e sono – pronto a cambiare qualora trovi qualcosa di meglio. Questo “qualcosa” sembrava essersi presentato: un appassionato post di Giuseppe Fava, da me notato grazie al suggerimento di Dario Bonacina, descrive Siteground.com quasi come la “panacea”. Ho deciso di provarlo, invogliato anche dal fatto che il blog di Fava – peraltro molto scarno e decisamente meno complesso di questo – in effetti è abbastanza veloce.

A prescindere da strani comportamenti dell’host assegnatomi all’atto del collegamento con SSH (per parecchio tempo la connessione, pur autenticandosi dopo lo scambio di chiavi, terminava immediatamente con il preoccupante messaggio “/bin/bash not found”, problema che si è risolto dopo l’apertura di un ticket), mi sono immediatamente scontrato con un altro serio problema, in una parolina che i sistemisti Unix/Linux ben conoscono: ulimit.

Mentre Hostgator – oltre a non dare alcun limite di spazio disco (ma lo da in termini di inode, che non possono superare i 100mila) – ha impostato ulimit a “unlimited”, Siteground lo ha impostato, per quanto concerne la dimensione dei file, a 2GB. Ciò significa non poter trasferire, né creare, né aggiornare, né modificare file più grandi di 2 Gigabyte. Me ne sono accorto immediatamente: mi è bastato tentare il trasferimento della “tarball” che ho sulla mia Intranet, in cui vi è il backup giornaliero di questo sito: appena superati i 2 GB il trasferimento si è interrotto. A quel punto è bastato digitare ulimit in finestra SSH per vedersi rispondere “2GB”.

Dopo un confronto in chat con il customer service front-end, sono stato “scalato” al secondo livello, ma trattandosi di un problema che richiede di sapere esattamente di cosa si parla, il tutto è stato convogliato in un ticket sistemistico, dal quale un sistemista ha confermato di non poter eliminare tale limitazione (ed è ovvio: se l’architettura generale è stata pensata con in mente quel limite, rimuovendolo sballerebbero tutti i calcoli progettuali).

L’unico “appunto” che posso fare loro è che tali limiti andrebbero messi in evidenza: eviterebbero di far fare prove e perdere tempo per poi arrivare all’inevitabile conclusione di dover cancellare l’account (operazione che, in verità, nell’arco dei primi 30 giorni prevede il rimborso completo, dunque economicamente non ci si rimette: si perde solo tempo).

Dunque, va benissimo scrivere in maniera entusiastica, come ha fatto Giuseppe Fava, peraltro con chiare intenzioni di ricavarne profitto, visto il referer che utilizza in ogni occorrenza di “Siteground” nei suoi post:

www.giuseppefava.com/hosting-siteground

che, una volta cliccato, porta a:

www.siteground.com/index.htm?afcode=db9e4d76141be931ead29a35f7fe0fbc

ossia un chiaro “codice di affiliazione”, come fanno peraltro un po’ tutti gli hosting provider – incluso Hostgator – per cercare di far crescere le vendite; ma occorrerebbe anche essere altrettanto chiari sul fatto che certi limiti, come quello nel quale mi sono imbattuto io, possono essere “non superabili” per siti che hanno una notevole occupazione di spazio e un pregresso di oltre 5500 articoli tutti in linea, come lo è questo sito. Magari vanno bene per blog più “semplici”, come quello di Giuseppe Fava, ma a quel punto viene anche meno la necessità di rivolgersi a realtà come Siteground: per siti più semplici vi sono soluzioni più semplici e molto più economiche.

Perciò, serva da lezione, specie per chi, tra i sistemisti, fa il consulente: non contano solo il prezzo, le velocità dichiarate, gli accessori forniti o… il numero di telefono “locale” per tutti i principali paesi (ormai, con il VoIP, non è un grande sforzo). Riconoscere certi limiti, purtroppo, non è per tutti: solo un sistemista esperto si sarebbe accorto in così poco tempo del vero motivo per il quale si presenta un determinato problema come quello in cui mi sono imbattuto io. Per chi, tra i sistemisti, fosse “curioso”, si scarichi questo file .ZIP in cui vi sono tre file:

  1. “Chat transcript 1.jpg”, copia della chat con escalation all’assistenza di 2° liv.;
  2. “Chat transcript 2.jpg”, copia della chat in cui si tenta di non farmi “fuggire”;
  3. “Hosting account cancelled.jpg”, messaggio di conferma chiusura e rimborso.

Tutto questo non fa che confermare uno dei concetti che sto ribadendo nella mia tesi di laurea: non è affatto vero che oggi è tutto più semplice. Oggi è tutto molto più complesso, la complessità – specie nelle tecnologie – è aumentata a dismisura e, con essa, la capacità di occultare sé stessa molto abilmente.

Ma occultarsi non significa sparire: significa nascondersi. Salvo a ripresentarsi quando poi la gente comune – quella che dovrebbe far parte del “pubblico qualsiasi”, potenziale cliente di un Siteground della situazione, non solo non se lo aspetta ma, com’è ovvio e prevedibile, non riesce minimamente a capire con cosa si sta scontrando.

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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  1. Giuseppe ha detto:

    Buon Giorno,

    non sono pienamente d’accordo di quanto lei afferma, per il semplice fatto che un servizio hosting, oltre ad avere una stabilita hardware/tecnica, deve anche avere una stabilita’ finanziaria, lei si immagina se in caso di controversie legali deve fare una causa di risarcimento danni contro siteground?

    1. I costi sicuramente sono maggiori
    2. Panama crea ditte offshore ANONIME, quindi, chi e’ il signor siteground non si sapra’ mai, e non puo’ nemmeno essere sicuro che i nomi scritti online siano pure veri … offshore + ditta anonima a Panama, non e’ molto bello il “suono” di presentazione.

    Inoltre, molte persone pensano che siteground sia Americana, cosa non vera, in quanto che sono A Panama non e’ scritto nemmeno nel footer del sito ma e’ districato nei loro contratti online.

    Riguardo la questione TaxFree, chiunque compra da siteground, rimpingua le casse di uno stato dove la tassazione fisacale e nulla per non dire inesistente, cio’ significa che, a mio parere si diventa complici dell’offshore.

    Le posso assicurare che esistono realta’ italiane migliori di siteground e migliori di Aruba, ovviamente non mi riferivo ai colossi italiani ma altre ditte medio-grandi.

    Riguardo google, questo vende servizi di indicizzazione, sicuramente non c’e’ il rischio che tramite google si possano perdere i dati del sito web o che questo crei un disservizio grave al sito, mentre affidando il proprio website a siteground, si dovrebbe essere almeno consapevoli, che si sta affidando il proprio business ad una ditta anonima di Panama, non e’ nemmeno possibile a Panama tramite la “camera di commercio online” verificare che la ditta sia effettivamente esistente, dato che nel 2010 siteground usava una LLC offshore in USA che si e’ dimostrata non reale dal punto di vista della registrazione della stessa LLC, e da qualche anno, siteground si e’ spostata a Panama. Tutte movimentazioni dubbiose dato che, cercando sempre su internet, si evince che, il proprietario dovrebbe essere bulgaro e che dalla bulgaria gestiscono tutto, ma poi la societa’ e’ a Panama, segno distinto e incontrovertibile che tutto cio’ e’ fatto solo per eludere il sistema fiscale Europeo. Pratica che trovo molto scorretta, in quanto a parita’ di costi siteground con una ditta europea, essa, si puo’ permettere di investire in personale/infrastrutture proprio per avere un sistema fiscale agevolato/nullo a Panama.

    • Salve Giuseppe,

      mi fa piacere che Lei risponda in maniera critica, cercando di far luce fino in fondo sulla questione. In verità la questione è molto complessa e l’ambiente dei commenti, superato un certo livello di approfondimento, diventa poco idoneo. Le Sue perplessità circa le possibili controversie sono condivisibili, almeno limitatamente a chi dovesse servirsi di Siteground (o simili) in un modello di business ben delineato. Nel mio caso personale avevo calcolato il rischio a prescindere dalla nazione di residenza dell’azienda: il massimo che sarebbe potuto capitarmi era dover istantaneamente dismettere il servizio e passare ad altro Hosting. Ero pre-predisposto a questa evenienza: il sito non è stato mai spostato dal suo Hosting provider originale; solo dopo aver compiuto abbondanti prove lo avrei fatto. E infatti è andata come ho raccontato, senza danno alcuno e (fortunatamente) con rimborso.

      Riguardo alla questione delle società in paradisi fiscali, là è davvero complesso parlarne qui. Le dico solo che, in un mondo globalizzato come quello nel quale viviamo, parlare di “paradiso fiscale” con occhi “globali” è un concetto applicabile con severe difficoltà e, quanto meno, va visto anche “dall’altra parte” (per questo la strategia narrativa, che ho studiato in Filosofia Politica all’Università, funziona, mentre il metodo dialogico-argomentativo sistematicamente fallisce). Per quanto utopico possa sembrare, basterebbe far sì che i paradisi fiscali semplicemente non fossero necessari. Ma, ripeto, sono solo propaggini di una profonda riflessione filosofico-politica che richiederebbe qualche giorno di tavola rotonda per dare vantaggi.

      Quanto a strutture italiane, francamente non ne ho trovate di capaci di fornirmi tutto ciò che mi fornisce il mio attuale Hosting provider al medesimo prezzo. Ma potrei essere io a non aver analizzato l’offerta sul mercato abbastanza a fondo, per cui potrei sbagliare clamorosamente.

      La ringrazio per il dibatitto, sempre gradito quando è costruttivo.
      Un saluto,
      MVP

  2. Giuseppe ha detto:

    ma siamo sicuri che siteground sia la scelta giusta? Sitegound ha sede societaria a Panama e non ha nemmeno un indirizzo postale a cui “scrivere” in caso di problemi, io non affiderei MAI ne la mia utenza business ne tantomeno personale ad una azienda con un assetto societario al quanto dubbio.

    Esistono molte realta’, italiane, molto migliori di siteground e che sicuramente, essendo in italia, vi daranno piu’ garanzie che di un hosting con fatturazione dubbia.

    Credo che realta’ come siteground andrebbero boicottate in italia, difatti i prezzi sono tax-free (e nemmeno tanto economici) proprio per il loro assetto societario.

    • Giuseppe,

      come emerge chiaramente dall’articolo, per me non è stata la scelta giusta, sostanzialmente sul piano tecnico. Sotto il profilo economico-finanziario, la società – Panama o no – ha rimborsato, dunque c’è ben poco da obiettare. Oggi non deve stupire che la sede legale sia a Panama o in altri “paradisi fiscali”: lo disse chiaramente Eric Schmidt, all’epoca n. 1 di Google, definendo la sua politica fiscale come il risultato di quel che “è chiamato capitalismo”. Quanto alle realtà italiane molto migliori, se mi consente, almeno dal punto di vista del rapporto prezzo/prestazioni, io avrei dei serissimi dubbi: pensa che non mi avrebbe fatto piacere far “restare” questo sito “in Italia”? A suo tempo l’ho fatto (su Aruba), ma a prezzi di un ordine di grandezza maggiori e con un rischio ugualmente elevatissimo di incomunicabilità. L’atto di boicottare, che Lei suggerisce, può essere un provvedimento personale della gente, a carattere politico, ma dal punto di vista “sovrano” in relazione alla globalizzazione è del tutto privo di senso metterlo in atto solo perché la sede è a Panama e i prezzi sono senza tasse: il ragionamento, qui, non è tecnico, bensì esclusivamente filosofico-politico. Ci rifletta e vedrà che, in questi termini, il problema non si pone.

      Saluti,
      MVP

  3. Salvatore Capolupo ha detto:

    Il limite indicato è abbastanza soggettivo e dipende molto dai casi, nel senso che è raro dover spostare file di più di due gigabyte su un hosting, e se ne guadagna l’efficenza del sistema (cosa tutta da verificare, in realtà) limitando le risorse per tutti, tanto meglio.

    Gli hosting, di solito, cercano di venire incontro alle esigenze della massa e – a parte l’insopportabile manìa di semplificare tutto, su cui sono d’accordo pienamente – arrivano ad estremizzare le politiche commerciali sfruttando l’overselling, quello sì, a mio parere, un crudo difetto parecchio comune nelle proposte commerciali.

    È anche vero che poi, per quello che si pagano queste soluzioni, andrebbe messo in evidenza che l’utente medio DEVE essere un minimo specializzato nell’uso del sistema, e che se si sbaglia a configurare qualcosa (molto spesso lo si fa in buona fede, ma conta poco) possono disattivarti il sito proprio per mantenere in piedi la “baracca”. Se l’utente utilizzatore non è troppo skillato, tanto vale 1&1 per intenderci…

    Non dimentichiamo, poi, che il cloud hosting potrebbe rivelarsi la soluzione migliore specie quando trattiamo con grossi file.

    • Caro Salvatore,
      sono d’accordo con quel che dice, in linea generale. Purtroppo oggi quel che manca è la vecchia, cara “serietà professionale”, che se messa a braccetto con una certa serietà commerciale (dote, questa, non mancata al caso in esame, visto il rimborso), farebbe di qualsiasi operatore del settore un punto di riferimento, un “faro”. Purtroppo non è così sostanzialmente perché, come ripeto, è la complessità a non permetterlo.
      Indubbio, infine, che il cloud hosting sia il metodo migliore in certi casi più spinti. Tuttavia, i costi sono altri (giustamente) e spesso tra le prestazioni di un “buon”, anzi “ottimo” hosting condiviso e il cloud hosting c’è in mezzo un abisso di prestazioni, non coperte da alcuna fascia intermendia.
      Grazie per la Sua attenzione.
      Saluti
      MVP




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