TOR e i «motori di ricerca criptati»

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 29/12/2014
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L’uso di certi termini può essere ambiguo al punto da lasciare i lettori più perplessi che rassicurati. Attenzione a ciò che si legge, senso critico sempre «acceso».

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L'ambiguità nell'articolo del quotidiano La Stampa.
L'ambiguità nell'articolo del quotidiano La Stampa.
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Nei giorni scorsi, Natale incluso, come noto alcuni gruppi di hacker (Lizard Squad e The Finest) hanno condotto attacchi telematici contro le reti dedicate della PlayStation di Sony e della Xbox di Microsoft. Non contenti, hanno anche attaccato la rete TOR.

Al di là delle questioni commerciali, di diritti e altro connesse con le vicende in cui sono incorse le due aziende, va ricordato che TOR – meglio conosciuto come la cipolla, metafora sinestesica della sua struttura architetturale – a differenza di quanto affermato da Lizard Squad, non è un sistema usato solo da pedofili, malfattori e hacker: è soprattutto un sistema per consentire a coloro i quali si trovano in zone sottoposte a censure – argomento piuttosto battuto da sempre – di accedere a informazioni altrimenti inaccessibili, come ha (giustamente) ricordato Anonymous su Twitter.

Purtroppo bisogna constatare che, in perfetta buona fede, anche gli organi di stampa più affermati a volte cadono in equivoci capaci di confondere ancor più le idee in quegli internauti meno illuminati, eventualmente interessati – per qualsivoglia ragione – a impiegare TOR e altri strumenti di “anonimato” online.

L’uso delle virgolette non è casuale: essere completamente anonimi online è del tutto utopico, può essere chiesta conferma a qualsiasi luminare, a qualunque ricercatore di qualsiasi ateneo. Per questo il quotidiano La Stampa, in un articolo di Francesco Zaffarano pubblicato il 27 dicembre 2014, “chiude” chiedendosi se esiste «una rete davvero sicura».

Ovviamente no, non esiste alcuna rete sicura al cento per cento. Ma non esiste neppure un «motore di ricerca criptato» (corsivo di chi scrive): è un’espressione che non ha senso. Ciò che fa DuckDuckGo, il motore citato nell’articolo, è semplicemente l’adottare il protocollo https, così da cifrare (e non criptare) il traffico tra il computer dell’internauta e i suoi server, e il non raccogliere o condividere alcuna informazione personale. C’è scritto chiaramente nell’apposita pagina dedicata alla privacy, che spiega numerosi dettagli al riguardo: se per cifrato si vuole intendere solo l’impiego del protocollo https, be’, lo fa anche Google e non per questo c’è da star tranquilli sul tema della privacy.

Occhio, dunque, alle parole: a volte possono infondere un falso senso di sicurezza ed è in certi casi difficile, per chi non ha specifiche competenze, esprimersi senza sollevare ambiguità. Per questo, su queste pagine, ricordiamo sempre di mantenere accuratamente in funzione il senso critico: è l’unico modo per estrarre conoscenza dalle informazioni che la Rete ci propone.

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Marco Valerio Principato (2078 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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