La Cookie Law? Una noia mortale

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 04/08/2015
Commenti 2 commenti | Permalink

Vi annoia, ogni volta, trovarvi di fronte il famoso «banner» imposto dalla Cookie Law? Certo, ma il problema è che è molto più ripetitivo, invadente e noioso di quanto, forse, il Garante Privacy stesso potesse mai supporre. Riflessioni sul tema.

Roma – Siamo ormai all’inizio del terzo mese di adozione della c.d. Cookie Law, quel consesso di regole emanate dal Garante Privacy per cui, ad ogni visita a un sito – incluso questo – ci si vede propinare il famoso “cartello” in cui si avverte della presenza di cookie, più o meno tecnici, più o meno traccianti, cercando di ottemperare alle disposizioni.

Tenendo presenti sia il mondo mobile che quello desktop, non è azzardato affermare che l’attuazione del provvedimento ha reso la navigazione piuttosto “noiosa”: aver a che fare con quel “cartello” è molto più frequente di quanto il dott. Antonello Soro, presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, potesse immaginare.

Si tratta di un’esperienza “appesantita”, resa mortalmente noiosa dalla ripetitività di un evento – quello dell’avere a che fare con il famoso “cartello” ad ogni visita – che alle lunghe stanca ed ha, tra l’altro, scarsa efficacia per una serie di ragioni.

Gli internauti di oggi non sono più del tutto sprovveduti come una volta. Molti hanno compreso che è bene iniziare la propria navigazione con un browser “pulito”, al cui interno non vi siano né cronologia, né cookie precedenti, né memoria cache di pagine già visitate in passato. Ci sono molti modi per farlo, dall’intervento manuale1 all’impiego di plugin specifici, come ha chiaramente lamentato un lettore nei commenti.

Queste soluzioni, pur tutelando molto l’internauta contro tracciamenti e intromissioni, producono vari “effetti collaterali”:

  1. ogni volta che si visita un sito, anche lo stesso, questo sarà “costretto”, non trovando il cookie in cui è stato scritto che il banner della Cookie Law è stato visto, a riproporre sia il banner sia il cookie che ne contiene il “parere” utente;
  2. l’internauta, di conseguenza, dovrà nuovamente cliccare su “Ok”, o sulla “X” o quel che è stato predisposto, pur sapendo che quel consenso varrà fino alla prossima sessione di navigazione, nella quale il meccanismo si ripeterà;
  3. laddove si faccia uso di cookie di profilazione di terze parti (come accade per tantissime realtà Web che usano AdSense e/o Amazon o altri circuiti, incluso questo sito), il famoso consenso (o dissenso) centralizzato disponibile presso www.youronlinechoices.com dovrà nuovamente essere impostato.

Tenuto conto che siamo nel 2015 avanzato, non può tacersi che la soluzione obbligata, così come la Cookie Law impone di fare, parrebbe un tantino artigianale.

Ma non basta. Il medesimo problema si ripresenta sulla navigazione da dispositivi mobili, e lì la situazione si fa ancor meno maneggevole. Prendiamo il caso dell’App di Facebook per Android: l’impostazione predefinita è che, quando si visitano link che aprono siti Web esterni all’App, viene impiegato il browser interno all’App stessa, il quale non memorizza altro che “cookie di sessione” (che, cioè, restano validi finché il browser è aperto, ma decadono una volta che si esce e si ritorna alla bacheca o al post sull’App di Facebook).

In pratica, si ripresenta il problema: ogni volta il banner, ogni volta il famoso “Ok” o “X” da toccare (spesso piccolo e poco reattivo, su schermo mobile) e, altrettanto spesso, una scarsa reattività da parte del sito, che già si è “adattato” al piccolo schermo a fatica. La soluzione, in quel caso, è impostare l’App di Facebook perché faccia visitare i collegamenti a siti esterni tramite il browser dell’apparecchio, nel quale magari i cookie restano, inclusi quelli di scelta relativi alle opzioni di tracciamento e consenso.

Ciò però rende meno agevoli altri meccanismi: per esempio, il browser interno all’App di Facebook lascia visibile il commento di chi ha condiviso il contenuto, ha una barra in alto su cui si possono leggere il numero di condivisioni, c’è un menù (tipicamente a “tre puntini”) in cui si può salvare il link, condividerlo, segnalarlo, e ha una “X” di chiusura che fa tornare direttamente al post (mentre il browser esterno a volte rimanda all’inizio della bacheca); tutte funzioni che, nel browser esterno, mancano. L’internauta, a quel punto, obtorto collo accetta la noiosa riproposizione del banner della Cookie Law, anche se riapre – per quanto detto sopra – lo stesso link dallo stesso post.

L’App di Twitter per Android e diverse altre hanno grosso modo gli stessi “problemi”.

In tutto questo è bene ricordare che, a dispetto di quanto dispone la Cookie Law, sul portale Web di Facebook – come pure su quello di Twitter – e sulle relative App mobili non c’è neanche l’ombra di un banner che avvisi l’internauta come richiesto per i siti Web: diciamo che per quei siti e quelle App, che pure operano all’interno dell’Unione Europea in linguaggi compatibili con le nazioni dalle quali sono fruiti, che pure attuano profilazione, tracciamento e funzioni tecniche tramite cookie, pare che la Cookie Law non esista e nessuno pare sia in grado di “costringerli”.

Forse, a questo punto, c’è da domandarsi se il percorso studiato – quello di ricorrere ai cookie – sia effettivamente il modo migliore per raggiungere l’obiettivo. Probabilmente è il più immediato e il più “universale”, ma non il più efficace né il più efficiente.

Dovrebbe, forse, essere implementato un meccanismo a carattere permanente, gestito all’interno delle impostazioni di browser e App, che non costringa ogni sacrosanta volta l’internauta a questa manovra. Anche perché finisce per essere un’azione meramente istintiva, una sorta di gara a chi fa prima (il sito a presentare il banner o l’internauta a cliccare/toccare ovunque si ottenga l’effetto di chiudere il banner) perdendo, così, di vista l’obiettivo principale: quello di far fare una scelta consapevole e di gestire una parte del “potere discrezionale”.

Queste constatazioni sono solo un piccolo assaggio di cosa vuol dire confrontarsi con la glocalità: in realtà la Cookie Law dovrebbe essere un processo che, per concretizzarsi in una procedura realisticamente attuabile, ha bisogno di udire le narrazioni di ogni singola realtà, sia sul piano normativo che operativo, lasciando che ciascuna di esse contamini una sfera di aggregazione, dalla quale scaturisca un meccanismo adottabile a livello universale, con il massimo dei vantaggi e delle soddisfazioni per tutti.

Non è utopico, è realizzabile: lo spiega benissimo il filosofo Giacomo Marramao, nel suo libro Passaggio a Occidente – Filosofia e globalizzazione, ed. Bollati Boringhieri, Torino. Il che, attenzione, non significa che sia facile. Ma, stante la situazione, parrebbe arduo individuare altre strade.

Marco Valerio Principato

(Download articolo in formato PDF)

  1. Solitamente attuabile, su Windows e Linux, con la pressione dei tasti CTRL-MAIUSC-CANC e il consenso alla rimozione di tutto, ma anche su altri sistemi operativi vi sono manovre analoghe: su OS-X di Apple di solito la sequenza è Mela-Maiusc-BackSpace, anche se può variare.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


Commenti (Facebook)
Commenti (locali)
  1. Giovanni scrive:

    Sono completamente d’accordo con lei, chissà quanti miliardi di siti web creati da persone comuni molti anni fa e che poi non ricordano di averli creati, gli arriverebbe una multa di 120.000 euro? le leggi devono essere a misura d’uomo e non viceversa che le persone devono adeguarsi a leggi sconclusionate..

  2. Antonio scrive:

    un meccanismo a carattere permanente, gestito all’interno delle impostazioni di browser e App… santo cielo, speriamo di no! creare dei cookie che è impossibile cancellare, e ordinare ai programmi di gestirli (e chi controlla cosa contengono?)
    Dico la mia soluzione: che il garante, anzi, i garanti, creino un’addon per i principali browser, del tipo cookie manager, e impongano a tutti i produttori di browser di installarla di default (salvo scelta contraria dell’utente finale). Per le app non so, non me ne intendo abbastanza e non le uso.




Nota: La moderazione in uso potrebbe ritardare la pubblicazione del commento. Non è necessario reinviarlo.