My Activity di Google: l’ennesima presa in giro

Figura 1: L'ultima mia attività su Google, secondo My Activity.
Figura 1: L'ultima mia attività su Google, secondo My Activity.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 10/07/2016
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Con questo «contentino», Google si mette la coscienza a posto: ti fa cancellare tutte le tue attività che non vuoi si sappia che hai svolto sui suoi siti e servizi. Ma lo fa davvero?

Roma – Sapete? La demagogia1 esiste anche nel marketing, non solo nella politica o, più in generale, negli atteggiamenti. Quando un Google ti presenta un sito come My Activity e ti dice che «tutto questo è per voi. Per migliorare i servizi ed essere quanto più efficienti possibile nel prestare l’aiuto di cui hanno bisogno i suoi utenti. E sì, anche per tutelare la loro privacy», mente sapendo di mentire.

My Activity, cioè “la mia attività”. Ossia tutto ciò che ho fatto fino a oggi nelle Google Properties: ricerche, installazione di App, individuazione di luoghi, uso della posta, visione di contenuti multimediali, uso e classificazione dei device mobili, tutto.

Il messaggio che Google vuol mandare è: “vedi, è vero che registriamo tutto quel che fai, ma lo facciamo per te, per darti un servizio migliore e, se vuoi, ti facciamo cancellare ogni cosa”.

Ripeto: Google mente sapendo di mentire.

Non cancellerà mai realmente, dai propri archivi, le attività degli utenti che registra. Vive di quello e più ne ha, più dettagliate sono, più personali sono, più guadagna.

Non ci vuole nulla a “dire” di aver cancellato con un’interfaccetta semplice semplice come quella di My Activity. Ma di qui al farlo davvero ce ne corre: se lo facesse, si darebbe una martellata sulle gonadi da solo. Perché? Semplice: è noto che quando usiamo un prodotto o servizio senza pagare, il vero prodotto siamo noi, cioè i dati che ci riguardano. Se Google cancellasse davvero tali dati, cancellerebbe la propria fonte di sostentamento. Lapalissiano. Altro che privacy.

Consultate il paragrafo Log del server della pagina Privacy e Termini. A ogni contatto, Google registra indirizzo IP, stringa di ricerca o di impiego del servizio, versione e nome del browser, sistema operativo in uso e un ID univoco grazie al quale può ricostruire ogni attività svolta da quel browser, anche in tempi successivi. Nel caso degli smartphone, usa anche la posizione geografica, derivata da GPS e con l’ausilio delle reti Wi-Fi captate (anche se non usate: basta che le “senta”) nonché gli identificativi delle stazioni radiomobile. Se poi guardate il paragrafo Pubblicità, Google dice che «… I dati dei log vengono resi anonimi tramite la rimozione di una parte dell’indirizzo IP (dopo 9 mesi) e delle informazioni sui cookie (dopo 18 mesi)».

Dunque? Se per politica Google rimuove parte dell’indirizzo dopo 9 mesi e le informazioni sui cookie dopo 18 mesi (cioè un anno e mezzo), abbiamo risolto qualcosa togliendo dalla cronologia una determinata ricerca? Google “smetterà” di esserne venuto a conoscenza e di impiegare tale informazione per orientare la pubblicità e contribuire alla ricostruzione di altre informazioni? No, impossibile, è ovvio.

L’unico modo per “salvarsi” da Google, lo ripeto ancora una volta, è quello di usarlo senza farsi riconoscere, di non cadere nel tranello di usare la propria utenza Google per fargli “memorizzare le scelte” o “personalizzare le News” o qualsiasi altra cosa che leghi la propria attività a un’utenza. Naturalmente, bisogna anche non usare Android, anche se questo vi destabilizza, ma è così.

Guardate, nell’immagine in testa, l’ultima attività Google che io avrei eseguito. Si tratta della ricerca dell’App di Facebook, fatta su Google Play, quando ho resettato il mio Samsung S3 proprio per “pulirlo” (nota: uso quello smartphone solo per studiare casi come questo, non certo come “mio” smartphone).

E secondo voi, dal 10 giugno a oggi, io non ho più usato Google, non ci ho fatto altro? Ovviamente no, l’ho usato, tutti i giorni o quasi. Ma Google non è riuscito a fare alcuna associazione con quell’utenza che sono stato costretto ad aprire per poter impiegare Android: quando sono online su PC o su altri smartphone me ne guardo bene dall’utilizzarla.

In breve: perché Google non memorizzi dati che ci riguardano, bisogna costringerlo a non essere in grado di ottenerli né associarli, bisogna imparare a “compartimentare” e circoscrivere le proprie attività online, a “mentire” circa la propria identificazione online.

Non è impossibile: se ci riesco io, ci può riuscire chiunque, è solo questione di volontà. Non vi interessa? Arrivederci. Vi interessa? Sono disponibile a tenere dei corsi. Mettetevi d’accordo, create un gruppo, trovate una sede dotata di un computer e connessione a Internet e io sono pronto. Non voglio guadagnarci: solo rimborso spese.

Marco Valerio Principato

(Download versionePDF)


1 Demagogia è un termine di origine greca (composto di demos, “popolo”, e aghein, “trascinare”) che indica un comportamento politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Demagogia).


Marco Valerio Principato (2067 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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