Facebook, «leggi UCC» e «statuti di Roma»: ma che accade?

Il «non mi piace» non esiste, ma basta attuarlo con i fatti.
Il «non mi piace» non esiste, ma basta attuarlo con i fatti.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 05/01/2017
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Periodicamente si ripropone la demenza (sia giovanile che senile) di post deliranti psicotici sulla privacy di Facebook. Il triste è osservare CHI li continua a condividere. E prenderne atto.

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Una versione recente, snellita e «abbellita» del post in questione.
Una versione recente, snellita e «abbellita» del post in questione.
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Roma – Da qualche mese a questa parte su Facebook circola nuovamente un messaggio del tutto vacuo e privo di valore, il cui scopo vorrebbe essere quello di “diffidare” il social network dal fare impiego di dati, foto e quant’altro contenuto nella bacheca, in forza di una non meglio definita violazione della privacy.

A luglio scorso Domenico Naso, sul Fatto Quotidiano, con toni abbastanza… espliciti aveva già dipinto quel post per quello che è: una scemenza, scritta da qualche psicotico in vena di esternare dal tubo di scappamento errato quel che solo un cervello scarburato può partorire.

Ma la versione citata e riportata dal quotidiano è più sgrammaticata, contiene più errori ed è più estesa rispetto a quelle che stanno circolando adesso: versioni “rivedute e corrette”, accorciate, anche leggermente “sistemate”, pur senza alcuna variazione di sostanza, di cui sono del tutto prive (un esempio è qui in colonna a sinistra).

Quel che, francamente, preoccupa chi scrive è ben altro.

Questi post sono stati pubblicati sulla bacheca di persone ben conosciute, anche de visu, da chi scrive. Amici, persone frequentate faccia a faccia, parenti, alti funzionari di strutture statali, dirigenti, persino musicisti professionisti. Al punto da aver sospettato trattarsi di un virus, piuttosto che di un’azione volontaria e cosciente.

Ora, si può dare a Facebook qualsiasi grado di importanza e, di conseguenza, condividere anche la prima sciocchezza che ci passa davanti senza pensarci più di tanto. Però:

  1. è la dimostrazione che non si legge integralmente cosa si condivide;

  2. se per caso si fosse letto e non ci si fosse accorti di star condividendo una scemenza, sarebbe ancora più grave;

  3. se si fosse capito e, ciò nonostante, si fosse condiviso, la gravità aumenterebbe ancora di più, perché non si fa il bene di nessuno, non si fa ridere nessuno, non si ottiene alcun effetto e, anzi, si danneggia qualitativamente il mezzo utilizzato (cioè il social network), facendolo diventare ancor più inutile di quel che già è come tale.

I segnali sono ampi e abbondanti ma guardiamo i principali: Facebook non è un’azienda pubblica ma privata; la “legge UCC 1- 308 -1 1 308-103” non esiste; lo statuto di Roma esiste, peccato che abbia tutt’altra funzione; il “silenzio-assenso” è un istituto creato per ovviare all’inerzia di un’amministrazione e non di un privato; “ricordare a Facebook” è un’espressione priva di senso; e fermiamoci.

Dunque? Cui prodest? La spiegazione è solo una: la gratuità (apparente) del mezzo fa si che se ne faccia un uso sostanzialmente vacuo, improprio, sconsiderato e privo di contenuti. Questo ne abbassa la qualità e trascina anche altre persone a fare la stessa cosa. Meno è alto il livello culturale, più è probabile che tale uso di Facebook convinca anche chi, con un minimo di coscienza della propria ridotta ampiezza intellettuale, finora ha esitato a pubblicare qualcosa.

Danni? Si, ce ne sono. Perché se, da un lato, Zuckerberg se ne frega del decremento del livello intellettuale (sono tanti idioti in più, tra l’altro più vulnerabili sotto quel profilo, a cui somministrare contenuti sponsorizzati), dall’altro ci sono persone che decidono quanto tempo e quale importanza dare a Facebook in base a cosa vi leggono. Fanno una media e se il tempo perso sulla bacheca per leggere post idioti del genere supera i limiti, la soluzione è semplice: ne stanno alla larga. Almeno dalla bacheca.

Marco Valerio Principato

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Marco Valerio Principato (2078 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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