I giovani? Non hanno idea di come navigano

Oltretutto, studi confermano che, a sei anni, molti bimbi navigano da soli nelle loro camerette. Una realtà pericolosissima sotto tutti i profilii (Photo Credit: The Sun).
Oltretutto, studi confermano che, a sei anni, molti bimbi navigano da soli nelle loro camerette. Una realtà pericolosissima sotto tutti i profilii (Photo Credit: The Sun).
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 17/06/2017
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Il loro approccio con Internet fornisce – non sempre ma molto spesso – un quadro disarmante: senza guida, senza controlli, senza delimitazioni, senza «senso critico». I «big» ne approfittano. E la società si rovina. Irrimediabilmente.

Roma – Computer: solitamente portatile, con Windows 8 o 10 i meno abbienti, con Mac OS X i più fortunati. In entrambi i casi, così com’è, senza alcuna particolare consapevolezza. I secondi, in particolare, in gran parte convinti che la scelta di Mac OS X, al di là di questioni di moda o prestigio o esibizionismo, ponga al riparo da virus.

Il browser: Chrome di Google, quasi tutti, su qualunque sistema. Perché è più veloce (dicono), è più semplice e facile (dicono). Con nessuna attenzione per la configurazione e nessuna utility (leggasi: nessuna estensione) per il controllo dei tracciamenti e della pubblicità. Google Ricerca è praticamente sempre la pagina predefinita.

La connessione a Internet: quasi sempre Wi-Fi e, a parte quella di casa propria, senza curarsi quasi mai se sia o meno “protetta”, di chi sia, da chi sia erogata, con quali finalità e con quale (eventuale) modello di business.

Le “chiavette”: passano da un computer all’altro con una naturalezza inusitata, assimilabile alla facilità con cui dei meccanici si passano le chiavi inglesi in un’officina. Unico riguardo è la “disattivazione” prima di estrarla (il non farlo fa spesso perdere i file: evidentemente s’è sparsa la voce). Nessun pensiero e nessuna attenzione al rischio di virus.

La posta elettronica: hanno tutti Gmail, oppure Hotmail, oppure Yahoo Mail. Nessuno che si sia preso la briga di crearsi un’utenza email “seria”, a pagamento (ma per pochi euro l’anno, non chissà quale spesa, questa per esempio), presso un provider serio, che la gestisca in modo serio senza “sficcanasare”, che su un proprio nome di dominio è anche molto più “prestigiosa”. Naturalmente è la stessa che usano sullo smartphone, il quale, essendo quasi sempre Android1, ne richiede una di Google, quindi Gmail. E la usano per tutto: questioni delicate, sanitarie, burocratiche, economiche, come se vi fosse certezza della segretezza della corrispondenza. La usano poco, magari, per questioni personali/sentimentali, perché per quelle usano WhatsApp o Messenger (peggio ancora).

Non si rendono conto – ovvero, per alcuni: non si vogliono rendere conto – che questo modello è esattamente quel che vogliono i big: impiegare le risorse così come sono presentate, senza farsi domande e tralasciando qualsiasi obiezione critica.

Un modello perfetto dal quale, ad onta di quanto afferma il sito britannico The Register, i big sanno perfettamente come trarre profitti enormi2. Un modello in grado di “applicarsi” su ciascuna persona disposta ad accoglierlo nella sua interezza, appunto, senza obiezione alcuna e, una volta applicato, quel modello pratica su quella persona una vigilanza costante, invasiva, intrusiva, a 360°, su tutto quanto quella persona fa, dice, comunica, riprende, scrive, legge, ricerca, si intrattiene, condivide, apprende, approfondisce, trascura, eccetera.

Della privacy, intesa in senso letterale, ai giovani non importa nulla (anche a molti adulti, quando ignoranti, purtroppo spesso) perché – fatte sempre le dovute eccezioni – non sono stati educati del tutto, non solo alla privacy: oggi, per un giovane, le sole fonti da cui ricavare quali siano i comportamenti socialmente accettabili non sono né la famiglia (perché quasi sempre impreparata), né la scuola (perché priva di risorse idonee), né l’università (perché, salvo alcune private, snaturata e svestita del proprio ruolo autentico). Le fonti sono i media stessi: la TV, il Web e i Social Network. I quali, essendo anch’essi “parte” di quel modello, se ne guardano bene dal proporne di contrari al proprio profitto.

Non ci si può aspettare, quindi, che quando i giovani navigano in Rete lo facciano con il tutt’altro che modesto grado di consapevolezza che sarebbe necessario.

Se disponessero di tale conoscenza, i famosi big di cui sopra avrebbero vita molto meno facile e scenderebbero a molto più miti consigli. Forse non si sarebbero sviluppati in modo così prepotente e, forse, non si sarebbe acuita così tanto la differenza tra ricchi e poveri, non si sarebbe ulteriormente ristretta la cerchia dei ricchi in modo inversamente proporzionale al loro capitale e, probabilmente, il loro modello di business sarebbe stato diverso, fondandosi sull’erogazione di servizi “limitatamente” traccianti per chi proprio desidera la gratuità, ma anche su delle prestazioni a pagamento, molto più diffuse e non invasive.

Eppure, racconta Roberto Capocelli di Privacy Italia su Key4Biz, c’è Google, «cioè l’azienda che controlla la stragrande maggioranza della pubblicità online del mondo, [che] lancia una crociata contro gli ad-blocker mentre progetta, allo stesso tempo, di immettere sul mercato un suo ad-blocker integrato nel browser Chrome». Capocelli ha infatti intitolato il suo articolo Google, con una mano toglie e con l’altra dà.

Infatti, oggi per navigare nel vero senso della parola, con una certa rilassatezza e concentrandosi sui contenuti come si faceva una volta, c’è tutto un pubblico di adulti e di persone, invece, preparate, che usano mezzi per arginare, delimitare e restringere le libertà che si prendono i big nell’invadere le sfere personali degli internauti.

Le parti davvero essenziali, ridotte all’osso, di tali mezzi sono due: l’uso di Ghostery e di un Ad-blocker, appunto. Si tratta di due estensioni per browser (che esistono in versione adatta a tutti tranne, forse, per Edge di Microsoft, su questo non abbiamo indagato ritenendo Microsoft non più degna di considerazione) le quali, una volta installate, bloccano la stragrande maggioranza dei tracciamenti (Ghostery) e delle pubblicità invasive (l’Ad-blocker). Ci sarebbero tante altre cose, ma tralasciamo.

I giovani non sanno proprio che navigare in quelle condizioni è tutto un altro pianeta: si consuma la metà (se non meno) del traffico dati, le pagine impiegano la metà del tempo a caricarsi, non vengono sporcate da mille annunci inarrestabili e sono davvero molto più fruibili. Però, nel “blocco” e nel “mancato tracciamento” ci cade anche Google, il cui servizio AdSense eroga pubblicità esattamente come gli altri. Per questo vuole agire così come spiega Capocelli. Certo è singolare che voglia, da un lato, fornire strumenti per “impedire” la lettura in caso di blocco alle pubblicità e, dall’altro, inserire tale blocco in dotazione a Chrome, pronto per agire contro tutti tranne, naturalmente, sé stesso.

Il problema di Google, dunque, è quel pubblico adulto, non i giovani: questi ultimi navigano o “senza freni”, come già detto, oppure dallo smartphone, dove tali “freni” non sono applicabili o lo sono in maniera limitatissima (per questo i big spingono al mobile e propongono l’uso di App dedicate per qualunque cosa: perché così è impossibile modificarne il comportamento come si può fare con un browser su PC).

Ma ormai è tardi. Oltre al deterioramento dei processi educativi familiari, da almeno trent’anni fallimentari sin dalle più tenere età, l’aver trascurato quella cultura della società interconnessa e ipercomplessa, come definita dal prof. Piero Dominici dell’Università di Perugia3, da troppi anni ha reso questa trasformazione tecno-sociale quasi irreversibile, e la sola soluzione è quella di tornare, come propone lo stesso Dominici, a un Umanesimo che rimetta al centro la persona.

Tutt’altro che facile, ma se non vogliamo che, davvero, questi big – che non sono quelli di cui parla The Register, bensì Google, Facebook, Amazon, Uber, Tesla, Microsoft, IBM, Samsung, Huawei, LG, Hewlett Packard e qualche altro, ma basta così – prendano il sopravvento sulla vita di tutti, nessuno escluso, e facciano davvero quel che paventa l’Economist4, non c’è altra strada: occorre ricominciare dalla persona.

E questo significa farlo fin dal momento in cui la persona viene al mondo. Il che, a sua volta, significa riedificare il sistema educativo, perché quello adottato dalla maggior parte dei genitori da trenta/quarant’anni a questa parte si è rivelato per quel che è: un fallimento (basta guardare il “trogloditismo” medio nella società odierna). Significa anche ridare alla scuola primaria il ruolo che non ha più: quello di fornire l’elemento di raccordo tra la persona nella sua intimità puerile e i primi rapporti con la società. Nonché, per la scuola secondaria, aprire ai giovani le finestre della coscienza, dei valori, del rispetto, dell’educazione civica, eccetera. E, per l’università, il ruolo che le compete: essere formativa, qualificante, “elevatrice”, sviluppatrice del senso critico. Ma non a chiacchiere: con i fatti.

O si fa questo, o sarà meglio cambiare paese. Perché una società senza queste premesse di sviluppo è una società fallimentare, anarchica, volta alla mera sopravvivenza, che vive di istinti, di espedienti, e non di ragione. E non è una bella prospettiva.

Marco Valerio Principato

(Articolo in formato PDF)


1Basta guardare le statistiche: 72,68 per cento a maggio 2017. Cfr. Mobile Operating System Market Share Worldwide, su http://gs.statcounter.com/os-market-share/mobile/worldwide

2Probabilmente i redattori di The Register si volevano riferire alla “media” delle grandi aziende, senza considerare che i veri fruitori dei Big Data non sono affatto quelli.

3Cfr. Piero Dominici, Dentro la società interconnessa – Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione, Franco Angeli, Milano 2014.

4Leggendo quell’articolo ci si renderà conto di quanto sia “fuori strada” The Register, quando parla di Big Data.

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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