Google PageRank, meglio non aspettarlo, ma determinarlo

PageRank di Google: per molti è un'ossessione
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Marco Valerio Principato
Di Marco Valerio Principato
Pubblicato il: 12/10/2009
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Roma – C’è subbuglio nella blogosfera dedicata, in quella che si interessa morbosamente del PageRank di Google: durante questo mese corre voce che il gigante di Mountain View si stia preparando ad effettuare un nuovo «dump», ovvero quell’operazione in seguito alla quale il valore del PageRank calcolato per ogni pagina rilevante viene copiato nella cache su cui legge la Toolbar di Google. Quel meccanismo, insomma, che fa crescere verso destra (o decrescere verso sinistra) la fatidica “barretta verde”.

Le domande che più si pongono coloro che vivono di PageRank sono sostanzialmente due: la prima è “mi serve davvero avere un PageRank elevato?” mentre la seconda è “cosa devo fare per alzare il valore del mio PageRank?”. Le risposte sono entrambe semplici.

Avere un PageRank elevato altro non è che la rappresentazione numerica dell’autorevolezza che Google attribuisce al sito o alla pagina in esame. Nessuno, all’infuori degli addetti ai lavori di Google, sa esattamente come tale valore viene calcolato. Ci sono ipotesi, prove sperimentali, rumors, ma nessuna indicazione certa. Alcune scelte certamente lo influenzano, ma non lo determinano.

Ovvio che più è elevato il PageRank, più il sito è considerato – da Google, attenzione, non dai netizen – autorevole. Il che significa che compare prima di altri nei risultati di ricerca. Significa, in buona sostanza, che il motore di ricerca lo ritiene pertinente, ben scritto, comprensibile e utile.

Non va dimenticato che Google è un’organizzazione commerciale. Dunque, alcuni fattori di natura squisitamente commerciale non possono non influenzare il PageRank. Per esempio, se un sito contiene argomenti molto ricercati, su cui il circuito AdSense riesce a collocare annunci di alto costo, che vengono cliccati molto (onestamente, s’intende) e fanno guadagnare parecchi soldini – tanto a Google che all’inserzionista – è ovvio che nel calcolo questo debba avere una seppur minima rilevanza.

Si tratta, dunque, di ragionare in modo molto schietto e di mettersi nei panni di Google: cosa fareste voi, se foste Google e doveste stabilire i criteri con i quali calcolare il PageRank? Seguendo questo filone con logica fredda, con occhio orientato al profitto e con lungimiranza, si arriverà se non a tutte, almeno a buona parte delle stesse conclusioni.

Dunque, cosa si può fare per alzare il PageRank?

La cosa più importante da fare è una: non fare nulla di artificioso. A Mountain View l’algoritmo del PageRank viene aggiornato continuamente, per adeguarsi ai nuovi trend, alle nuove abitudini e alle nuove realtà della Rete, sociali e non. Qualunque trucco, inganno, landing page, parole chiave nascoste, testo scritto bianco su bianco (o nero su nero), plugin che all’arrivo del visitatore dicono “sei arrivato qui cercando questo e quello“, verrebbe immediatamente rilevato e trasformerebbe la “cattiva azione” in una penalizzazione, se ne può star certi.

Non esagerare né con i tag, né con le parole chiave. Non servirsi di strutture che “promettono” PageRank elevati a destra e a sinistra: salvo alcuni (rari) professionisti seri, molto spesso sono truffe, che nella migliore delle ipotesi imporranno al sito in “ottimizzazione” di cambiare del tutto argomento, pur di ottenere un PR più elevato. Questo snaturerà il sito e farà sì che i visitatori, l’unico obbiettivo vero a cui si può mirare, resteranno perplessi perché non troveranno contenuti adatti ad un essere umano ragionante e pensante, ma frasi vuote, adatte solo ad essere indicizzate.

Scrivere per chi legge, non per i motori di ricerca. Fare in modo che i tag siano uno strumento utile: non serve a nulla avere diecimila tag se poi cliccandovi sopra non si trova nulla di interessante. A volte è necessario tempo, specie quando il sito è online da molto, ma piano piano, un tag al giorno, eliminare tutti quelli inutili, tutti quelli che forniscono pochi risultati. Li si può eventualmente unificare, cioè ricondurre il tag poco – o per nulla – usato ad un altro già esistente e praticamente analogo.

Quando si scrive per gli altri, è buona norma seguire i dettami basilari della scrittura giornalistica, sperimentata ormai da secoli e che funziona, funziona sempre: dare subito la notizia, il fatto, l’oggetto della trattazione. Evitare “attacchi” antologici, da Iliade o da Odissea: se il vostro sito non parla di letteratura, in men che non si dica il lettore cambierà pagina. Se si è incerti, meglio ricorrere alla forma più semplice: soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Esempio: “Bill Gates ha annunciato il suo pensionamento. La decisione del dirigente Microsoft arriva dopo lunghe riflessioni, bla bla…”. Nel rileggere, verificare sempre di aver risposto alle fatidiche domande: chi, cosa, dove, quando e perché. Queste due semplici regole già consentono di scrivere in modo leggibile.

Sotto il profilo redazionale, ad esempio, l’uso dei tag HTML come <h1>, <h2> eccetera deve essere fatto solo ed esclusivamente per ciò per cui sono nati tali strumenti: differenziare un titolo, in ordine gerarchico di importanza, all’interno di un testo. Qualsiasi altro impiego artificioso potrebbe divenire presto controproducente.

Anche i link sono importanti, ma molto meno di quanto si vuole far credere. I link non vanno chiesti, mai, a nessuno. Se si scrive un articolo interessante, il linkarlo sarà automatico e spontaneo: dunque, l’unico modo per avere link è quello di scrivere qualcosa che interessi chi legge, dare delle risposte, offrire un riferimento.

Il PageRank, in definitiva, non è né un  premio né una punizione. Ci sono siti con PageRank numericamente basso e con molte pagine, che tuttavia ricevono molte più visite di altri che hanno PageRank molto più elevato e meno pagine. Quindi, evitare di vivere di PageRank, ma prenderlo per ciò che è: un indicatore, null’altro. Una semplice condotta normale, il non scrivere per forza e la sostanziale onestà di intenti sono senz’altro strumenti attraverso i quali chi redige un testo ne determina automaticamente il Ranking.

Poi è possibile sbizzarrirsi con le ricerche in materia, leggere i suggerimenti di migliaia di sedicenti “maestri SEO” (che sta per Search Engine Optimization, cioè ottimizzazione per i motori di ricerca), divertirsi a vedere come l’esasperazione del concetto non porti quasi mai risultati concreti. Ragionando schiettamente, si arriverà ad una sola conclusione: è tutto tempo perso. Piuttosto, migliorare il PageRank di sé stessi: è la cosa migliore per far crescere anche il PageRank online.

Marco Valerio Principato

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