Vodafone, Milano in fibra a 300 Megabit

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 01/10/2014
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Gran bella novità, senz’altro. I cittadini di Milano sicuramente saranno contenti. Ma quanti di loro capiscono cosa ottengono? E, soprattutto: e gli altri? Perché sono sempre più spesso condannati «al palo»?

«Oltre 300 mila le abitazioni già raggiunte dal servizio, ma raddoppieranno per la fine del 2015. Agli abbonati anche un modem superveloce», racconta La Stampa. A 29 euro al mese iniziali (poi 36) se si pagano 19 centesimi l’una le chiamate verso fisso e mobile, oppure a 37 euro al mese iniziali (poi 44) se si vogliono le telefonate comprese. Più onerucci vari per la Vodafone Station supervelocissima.

Bravi, bravi, magnifico esercizio di supertecnologia. Personalmente però dissento da simili politiche di “urbanizzazione” telematica. Ma non per i connazionali di Milano, per carità: sono contento per loro, del resto Milano è da sempre uno dei più brillanti poli d’innovazione, diciamo almeno dall’epoca… delle cinque giornate. Dissento, però, e per vari ordini di ragioni.

Primo: la concentrazione di queste sperimentazioni in una singola area urbana non fa che accentuare una sorta di classismo telematico, acuendo il disagio di chi una simile offerta la vedrà solo tra anni, se la vedrà.

Secondo: gli operatori non pensano neppure da lontano a una sorta di “turnazione”. Cioè: una cosa a Milano, una a Torino, una a Napoli, una a Catania, no, concentrano tutto laddove è necessario minor investimento. Questo non significa contribuire a innovare, bensì sfruttare il territorio per il proprio tornaconto speculativo con la sperimentazione. Vero che un’azienda sana mira al profitto per esistere e non il contrario, ma qui non parliamo di una “normale” azienda: parliamo del più grosso operatore di telecomunicazioni non (ex) monopolista sul territorio e, forse, la legge dovrebbe imporgli di condurre innovazione e sperimentazione almeno tendenzialmente di pari passo con un’adeguata distribuzione del processo di “urbanizzazione” telematica.

Terzo: l’obbligo di impiegare la Vodafone Station (il dispositivo di terminazione su cui giunge il servizio, ndB), oggetto su cui l’operatore fa leva da anni, blinda completamente il servizio e impedisce all’utente consapevole di scegliere lo strumento più confacente con le proprie esigenze, essendo una “scatola chiusa”. Voi direte: ma il 99 per cento della clientela non saprebbe fare da sé. Bene, vuol dire che il 99 per cento della clientela, dunque, non sa neppure apprezzare le doti di una simile fornitura, capace – secondo le dichiarazioni dell’operatore – di giungere a 300 Megabit al secondo. E Vodafone lo sa benissimo, dunque appare una politica esclusivamente strumentale ai propri interessi.

Ecco dove il governo, solo apparentemente legato da lacci e lacciuoli relativi alle normative europee, non interviene. Le lobbies degli operatori sono potenti, lavorano e agiscono per non farsi intralciare nelle decisioni architetturali delle proprie politiche di innovazione. Mentre quel che ci vorrebbe è una sorta di piano regolatore telematico, un po’ come dopo la prima rivoluzione industriale.

Sarà interessante osservare, su questo specifico tema, se un’opportuna e mirata dislocazione delle iniziative di innovazione farà capolino nel documento sui diritti e doveri di Internet, di cui si stanno occupando esperti e intellettuali, visto che il tema incide fortemente proprio su quella componente democratica la cui intima essenza, stando alle dichiarazioni, vorrebbe anche travalicare – come del resto fa la Rete stessa – i confini nazionali.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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