Il «down» di Apple: è il costo del legarsi alle «nuvole»

Vi siete trovati così?
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Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 12/03/2015
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Devolvere a Internet va bene. Impiegare risorse tramite Internet va bene. Ma non si ritenga Internet un «luogo», perché non lo è. E questo «incidente» lo dimostra.

Tra un qualsiasi device Apple e i servizi di Apple stessa c’è di mezzo una tecnologia di telecomunicazioni: si chiama Internet. Quella stessa rete che, a fine anni ’60 del ‘900, era un progetto DARPA costituito da quattro nodi interconnessi e ancora non funzionava con il TCP/IP, arrivato un po’ dopo.

Nessuno, all’epoca, avrebbe pensato di affidare a un sistema del genere, nonostante la sua spiccata dimensione fault-tolerant (tollerante ai guasti), un intero mondo di servizi e, alla fine, anche prodotti.Certamente perché la capacità di quel sistema era ad eoni di distanza da quelle di oggi, ma soprattutto perché il nostro modello mentale riservava alle informazioni importanti delle dislocazioni più sicure.

Oggi si fa. E ci si affida sempre più a Internet confondendola con un “luogo fisico”, quando luogo fisico assolutamente non è. Questa volta è toccato a iTunes e all’App Store, la prossima volta può toccare a iCloud. Già, iCloud, il servizio di cloud storage di Apple, su cui molti memorizzano di tutto, senza pensarci. Internet è la ragione del disservizio, perché ciò che non ha funzionato è un DNS interno ad Apple, e il servizio DNS è parte integrante e fondamentale di Internet.

Sono proprio i “cedimenti” di questo genere, che stavolta – trattandosi di servizi in massima parte transattivi e, dunque, a scopo di profitto – hanno fatto calare le azioni Apple dell0 0,70 per cento, con una perdita stimata intorno al milione di dollari per ogni ora di disservizio. Un disservizio, “lato utente”, recuperabile: in fondo, se non si acquista un’App o non si ascolta musica per una giornata, “lato utente” non è nulla di particolarmente grave.

Se quel medesimo disservizio – e può accadere – avesse riguardato iCloud, molto probabilmente Apple avrebbe ugualmente perso quote di borsa, ma forse non un milione di dollari l’ora. Perché a pagare per primi sarebbero stati i clienti, con il mancato accesso a una risorsa nella quale sono depositate informazioni, documenti, foto, filmati. Cioè strumenti impiegati per portare conoscenza.

Nonostante qualcuno provi a suggerire delle soluzioni hi-tek, lo stimolo proveniente da questo episodio dovrebbe far riflettere sul modo con cui, oggi, si devolve a terzi la detenzione e la custodia di dati in luoghi sui quali il titolare non ha alcun controllo se non in forza del contratto, puramente mercantile, siglato per usufruire del servizio. In secondo luogo, sul metodo di accesso e di fruizione di prodotti come la musica e i contenuti multimediali, di cui molto frequentemente si acquista un diritto di fruizione in streaming, ma non il “possesso del file”.

A ben poco servono i “pannelli di controllo”, come quello predisposto da Apple (notare quante “voci” relative a iCloud contiene), per osservare a distanza lo stato dei servizi (qualcosa di simile l’ha predisposto anche Google): ammesso si ripresenti un disservizio, nel pannello si osserverà un punto rosso anziché verde, ma ciò non attenuerà in alcun modo l’effetto del disservizio.

Paradossalmente, è più “sensato” l’uso di uno strumento come DropBox quale mezzo di backup: molti smartphone Samsung propongono di impiegarlo per caricarvi subito le proprie foto, non appena scattate, così da avere un backup delle stesse e non limitarsi a conservarle sulla memoria Flash dell’apparecchio. Questioni legate alla privacy a parte, ciò fa sì che in caso di malfunzionamento, guasto, smarrimento o qualsiasi altra ragione di inaccessibilità alle informazioni registrate sul device, si disponga di una “seconda chance” di accesso, con limitazione del disagio.

In conclusione, certamente non è bene chiudere gli occhi e girare la testa, uscire dal gioco, dire “no: allora tutte queste tecnologie non esistono, torniamo ai dischi a 33 giri in vinile”. Queste tecnologie ci hanno cambiato la vita, ci hanno fatto e ci fanno fare cose che prima non potevamo fare, fuori di dubbio.

La sola cosa importante è non esserne utilizzatori “passivi”. L’impiego consapevole è la sola strada percorribile capace di fornire anche strumenti di difesa dagli imprevisti. Si usa iCloud? Bene, prima di farci qualsiasi cosa, domandarsi: almeno a grandi linee, cos’è iCloud? Come funziona? Perché posso usarlo? Grazie a cosa lo impiego? E se non dovesse funzionare o non potessi accedere, cosa faccio? Stessa cosa se si acquistano diritti su un’applicazione o un prodotto multimediale: che diritti ho davvero? E se non riesco ad accedere alla risorsa cosa accade?

Stessa cosa per ogni mezzo attraverso cui si facciano viaggiare servizi, comunicazioni, dati. Solo in questo modo è possibile tutelarsi e impiegare le nuove tecnologie con quel giusto grado di rilassatezza che eviterebbe le migliaia, milioni di post su Twitter di persone che si sentono “perse”, che pongono domande sciocche, solo perché impiegano prodotti e servizi dei quali sanno poco e niente.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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