Fibra ottica? A dirlo ci vuole un bel coraggio

Affermare che in Italia esista una fibra ottica all'avanguardia per tutti gli utenti di Internet è un po' come... dire di aver venduto Fontana di Trevi: Totò docet.
Affermare che in Italia esista una fibra ottica all'avanguardia per tutti gli utenti di Internet è un po' come... dire di aver venduto Fontana di Trevi: Totò docet.
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Pubblicato il: 28/08/2017
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A ben guardare come, in Italia, di fatto è distribuita la fibra ottica fa pensare. A come con le parole si faccia tanto, ma con i fatti molto meno.

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Fig. 1: una tipica installazione di DSLAM fibra in strada, riconoscibile dal tettuccio rosso e dalla palina con il contatore luce per l'alimentazione.
Fig. 1: una tipica installazione di DSLAM fibra in strada, riconoscibile dal tettuccio rosso e dalla palina con il contatore luce per l'alimentazione.
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Fig. 2: uno dei produttori appaltati per la costruzione dell'«upgrade» alla fibra degli armadi.
Fig. 2: uno dei produttori appaltati per la costruzione dell'«upgrade» alla fibra degli armadi.
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Roma – Ormai fa parte del discorso pubblico: “in Italia abbiamo la fibra ottica”. Che quasi quasi all’estero ci credono. Numeri altisonanti, provider che investono in parole, grafica e filmati per far credere che sia “normale” poter chiedere – e avere – una connessione in fibra a 1 Gigabit, ossia 1000 Megabit.

Fandonie. Quisquilie, pinzellacchere, direbbe Totò. Ma quale fibra e fibra. In Italia abbiamo – per miracolo – un surrogato ristretto di una brutta copia di un progetto sbagliato di una bozza di una rete in fibra provvisoria.

Questo abbiamo. Altro che “fibra per tutti”, che ricorda molto gli slogan di certi uomini “politici” i quali, al grido di meno tasse per tutti, hanno portato l’Italia all’ultima, ennesima crisi, dalla quale ancora non ci si riprende (né ci si riprenderà, se non si sostituiscono radicalmente tutte le classi dirigenti politiche attuali “riciclate” o emanate dal passato).

Diciamo le cose come stanno.

Telecom Italia, oggi TIM, l’ha pensata bene: i locali delle centrali li abbiamo e lì le nostre dorsali veloci già ci sono. Infiliamo i cavi in fibra – tanto è poca roba, rispetto al ri-scavare tutto – dentro ai cavidotti attuali, nei quali già transitano i vecchi cavi in rame, e arriviamo a tutti gli armadi in strada (dove è possibile; dove non lo è, pazienza: resterà “zona bianca”, cioè condannata ad attendere anni, forse secoli, perché “a basso interesse di mercato”).

Poi ogni armadio per strada lo incappucciamo con un bel DSLAM (il “modem centrale” di fornitura, diciamo) in fibra, col tettuccio rosso (così si nota, vedi figura 1), così diamo un bell’appalto milionario a NTETGroup (vedi figura 2) o qualche altro, e l’ultimo tratto, dall’armadio alle case, ce lo facciamo sul nostro rame già esistente, in VDSL (tecnica simile all’ADSL, più veloce). Eleganza, risparmio e monopolio conservato.

In questo modo costringiamo la stragrande maggioranza dell’utenza a sostituire il “modem” (che ora è “solo” ADSL) e possiamo fare un’altra commessa milionaria ai vari produttori di apparati utente. Non solo: li costringiamo a utilizzare apparecchi “blindati”, così possiamo anche intrufolarci nei dati di traffico telefonico e Internet con molta facilità, impedendo loro qualsiasi manovra di filtraggio, e possiamo così venderci, oltre a quei dati, anche le assegnazioni di nuove linee direttamente alle società di telemarketing.

La velocità massima di Internet che potranno ottenere – nei casi migliori – sarà 100 Megabit, ma chissenefrega: finora li abbiamo segregati chi a 7 Megabit con le vecchie Alice, chi a 20 Megabit con quelle più nuove, sarà comunque percepito come un salto di qualità.

E con questo ripeteremo il giochino già fatto con l’”ultimo miglio” di beata memoria, incluse gabelle agli altri provider per noleggiare loro il pezzo di rame tra armadio e abitazioni, nonché la “porta” assegnata sul DSLAM, solo che anziché ricoprire la distanza integrale tra le case e la centrale, il nuovo schema ricoprirà quella tra le case e gli armadi in strada.

Tutto questo si chiama FTTC, Fiber To The Cabinet, ossia Fibra fino all’armadio, ma non fino a casa, di cui è un semplice surrogato diluito.

Risultato: solo pochissime città italiane, sede di chissà quali maggiori virtù e/o fortune, possono dire di avere la fibra FTTH (Fiber To The Home, cioè fibra fino a casa) e solo lì è possibile, previe verifiche e solo in alcuni casi, avere 1000 Megabit: tutti gli altri quelle velocità non le vedranno mai.

Da notare che dell’ormai dimenticata implementazione di un ri-uso del progetto Socrate di beata memoria, non si parla più. Anche perché i supermanager dei miei stivali, che si riempiono la bocca con propositi di cui non conoscono alcun dettaglio tecnico, dimenticano che tale progetto era un misto fibra/coassiale (un cavo simile a quello dell’antenna TV) che avrebbe reso necessari ulteriori lavori per essere riutilizzato.

Andando al pratico, con l’architettura FTTC di cui sopra, in linea di massima ci sono delle migliorie medie per l’utenza, rispetto all’ADSL. In Italia, però, esistendo una rete in rame vecchia e stravecchia, c’è un problema: in molte zone gli armadi sono pochi e distanti dalle abitazioni. E siccome la qualità di una connessione VDSL decade molto più rapidamente all’aumentare della distanza tra DSLAM e “modem” in casa, molte connessioni sono ben lungi dal raggiungere il valore di 100 Megabit: è sufficiente che vi siano 500 metri di cavo in rame tra casa e l’armadio in strada per veder scendere la velocità alla metà, anche meno, specie in caso di cavi vecchi, in perdita, in basso isolamento e altre menate tecniche. Ma di questo, e delle relative macroscopiche disparità di accesso, nessuno si preoccupa.

Bisognerebbe installare altri armadi, in più, in modo da farli risultare più vicini alle abitazioni. In qualche caso è stato fatto, ma poi nessuno si fa carico di modificare il percorso dei cavi che, da ogni palazzo, raggiungono gli armadi sotto le strade: se da un palazzo X il cavo si dirige verso un armadio Y, a 500 metri di distanza, chi si fa carico di modificare il tracciato e accorciarlo, togliendolo dall’armadio Y e collegandolo al nuovo armadio Z, che si trova magari a 50 metri e darebbe una connessione molto più veloce e stabile?

Nessuno. Quei tratti di cavo, che pure sono di Telecom Italia, sono terra di nessuno. Un tecnico, da me interpellato, ha detto che “se il condominio si fa carico di far effettuare i lavori, il cambio è possibile, ma Telecom Italia non lo fa”. Figurarsi: oltre al costo, esorbitante per un condominio, chi si imbarcherebbe in un iter burocratico costoso e insormontabile, dove occorre mettere d’accordo tutti i condomini e le aziende coinvolte, appaltare i lavori, chiedere i permessi al Comune per le interruzioni stradali, fare accordi con Telecom per l’intervento, eccetera?

Nessuno. Tutto resta così. Senza calcolare che, una volta avviati i lavori, invece di persistere con il rame e spostarlo, si potrebbe cogliere l’occasione e portare direttamente la fibra ai palazzi, scongiurando il paese dall’essere relegato a terzo, quarto mondo telematico.

E allora ma quale fibra e fibra d’Egitto: dite che abbiamo semplicemente una specie di ADSL, che si chiama VDSL, (a volte) più veloce della vera ADSL. È più onesto. Ci vuol altro per dire “in Italia abbiamo la fibra”. Soprattutto, ci vorrebbero meno interessi politici/neocapitalistici, più interesse dello Stato a fare della Rete un vero bene pubblico, meno corruzione, meno lobby e, soprattutto, una rete fisica pubblica scorporata. Ma figurarsi.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.

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