FCC, Google e AT&T: chi la spunta?
Roma – Non sembra si plachi l’alterco tra la Federal Communication Commission (FCC), Google e AT&T: ora la FCC ha aperto un’inchiesta per capire esattamente come funzionano le cose con Google Voice, il servizio telefonico Web-based del gigante di Mountain View, ma la vicenda pare proprio non si possa concludere sic et simpliciter con un chiarimento.
Attenuatosi il diverbio con Apple, che sul punto non aveva voluto Google Voice tra le App disponibili per iPhone, resta in piedi quello con AT&T, che già aveva accusato Google di non rispettare la legge sulle TLC. A questo punto la FCC vuol vederci chiaro ma, volendo, basterebbe rileggersi quel che i ragazzi di Mountain View avevano già chiarito: “La ragione per cui limitiamo le chiamate verso determinati operatori telefonici è semplice. Non solo essi chiedono costi di terminazione esorbitanti, ma nello specifico sono anche partner di alcune linee di chat di sesso per adulti e di alcuni centri di chiamata in conferenza «gratuiti» che portano altissimi volumi di traffico. Tale pratica è meglio conosciuta come «stimolo all’accesso» o «pompaggio del traffico» (con un pò di sense of humour). Google Voice è un’applicazione gratuita e noi vogliamo che resti tale per tutti i nostri utenti. Cosa che non potremmo fare se dovessimo pagare tali costi di terminazione, oscenamente alti”.
Il discorso, dunque, è chiarissimo: ed è inutile che AT&T si nasconda dietro a un dito. È un operatore telefonico, come tutti gli altri: non è né un santo né un profeta e, soprattutto, sta lì per lucrare, esattamente come tutti gli altri operatori telefonici e non sempre, esattamente come negli altri paesi, si comporta in modo proprio trasparente. Ne sa qualcosa anche l’Italia, con le avventure senza fine in cui si sono imbattuti e si imbattono i clienti locali con i vari numeri 144, 166, 899, 892 e, ultimamente, questa insulsa moda del numero unico 199, una pratica vicina al limite della truffa perché non offre nulla di più rispetto ad una normale telefonata se non l’effetto di non rientrare nelle telefonate comprese nel prezzo di chi ha contratti con urbane e interurbane comprese.
Dunque, conclude Google, inutile insistere: prima di tutto perché qualcuno ha già malignato che, in passato, AT&T ha fatto proprio la stessa cosa, quando evidentemente non aveva ancora interessi… di rete in quei servizi, pertanto le sue lamentele sono a dir poco ipocrite. In secondo luogo, si tratta ancora una volta di una forma di Capitalismo Normativo, una definizione coniata proprio da un ex-presidente della FCC, con cui definiva la pratica di alcune aziende di “investire” in avvocati, lobby e politica piuttosto che in stabilimenti industriali, personale e assistenza ai clienti.
Si tratta, piuttosto – chiude BigG – di rivedere un sistema normativo con il quale gli operatori telefonici vengono retribuiti per i loro servizi. Ed è proprio questo il lavoro che, secondo Google, spetta alla FCC. Uno scenario, a dire il vero, che chissà perché ricorda molto da vicino tanti e tanti aneddoti analoghi, di cui i giornali sono pieni, accaduti anche in Italia.
Marco Valerio Principato















[...] ogni ragione sembra buona per scagliare pietre contro la FCC: visto che tutti scagliano pietre, probabilmente si ritengono tutti senza [...]