Ogni genitore, prima o poi, incontra la stessa domanda: quanto lasciarsi andare alla complicità con i propri figli e quando invece indossare i panni dell’educatore, quello dei limiti e dei no. È un dubbio che ritorna a ogni età, e che di rado trova una risposta fissa. La tentazione è immaginare due ruoli opposti, l’amico da un lato e l’educatore dall’altro, costretti a escludersi a vicenda. Le cose, per fortuna, funzionano in modo diverso. Genitori amici o educatori: perché è un falso dilemma La contrapposizione tra genitore amico e genitore severo è più comoda a dirsi che vera. Nella vita reale nessuno dei due ruoli basta da solo: chi si limita a comandare fatica a farsi ascoltare davvero, mentre chi rinuncia a ogni regola pur di non deludere lascia il figlio senza appigli. In realtà si è padri e madri in entrambi i modi, spesso nello stesso momento. Si può ridere insieme e, poco dopo, tenere il punto su qualcosa di importante. Anzi, è proprio la fiducia costruita nei momenti belli a rendere più efficaci i no quando arrivano: un bambino accetta più volentieri un limite da chi sente vicino, e lo vive meno come un’imposizione. La domanda giusta, allora, riguarda semmai come far convivere affetto e autorità, invece di considerarli alternativi. E qui pesa il modo in cui passiamo il tempo con i figli, più delle prediche. Si educa assai più con ciò che si vive insieme che con ciò che si spiega a parole: un principio che i bambini colgono al volo, anche quando noi facciamo fatica a ricordarlo. L’educazione basata sullo stupore: imparare attraverso la meraviglia I bambini conoscono benissimo un modo di imparare che noi adulti tendiamo a dimenticare: quello che passa dalla meraviglia. Un bambino colpito da qualcosa che non si aspettava, una storia o un gioco che lo lasciano a bocca aperta, assorbe senza nemmeno accorgersene. La ricerca educativa, del resto, lo dice da tempo in modo abbastanza chiaro: ciò che arriva insieme a un’emozione forte si fissa nella memoria molto più di ciò che viene trasmesso a freddo, come una nozione da tenere a mente. Lo stupore apre una porta che la spiegazione, da sola, trova spesso chiusa. È il principio dell’educazione basata sullo stupore. Invece di spiegare una cosa a parole e aspettarsi che il bambino la memorizzi, gli si fa vivere un’esperienza che lo cattura, e dentro quell’esperienza impara quasi senza accorgersene. Impara così a gestire una piccola delusione, o a stare dentro le regole di un gioco condiviso: cose che si afferrano vivendole, non ascoltandone la teoria. Ed è qui che entra un ingrediente difficile da replicare con uno schermo: l’esperienza dal vivo. L’esperienza dal vivo come lezione quotidiana e il ruolo della pedagogia teatrale Tra tutte le occasioni che educano attraverso la meraviglia, quelle vissute in presenza hanno una marcia in più. Uno spettacolo a cui si assiste tutti insieme, un evento in piazza, un laboratorio: accadono una volta sola, senza replay, e proprio per questo chiedono un’attenzione piena. Il bambino che non sa cosa succederà nel minuto seguente è un bambino completamente presente. Nulla è filtrato, nulla si può rimettere indietro. È su questa idea che si fonda la pedagogia teatrale, l’approccio che usa il teatro come strumento educativo. Ne sono un esempio Maki e Sonia, coppia nella vita prima ancora che sul palco – lui italiano, lei francese – che da anni organizzano spettacoli di clowneria per le famiglie. Entrambi partono dalla convinzione che quello che passa attraverso la gioia rimanga più a lungo di quello che passa attraverso le parole. Nei loro spettacoli il pubblico non sta a guardare e basta. Viene coinvolto, chiamato in causa, e ogni replica cambia a seconda di chi si trovano davanti. Il loro metodo l’hanno persino raccolto in un libro, Il circo di casa. Come portare lo stupore nella vita di tutti i giorni Non serve un palco, però, per portare un po’ di tutto questo nella quotidianità. Lo stupore si coltiva anche a casa, con gesti semplici, e non richiede né grandi mezzi né occasioni speciali. Il primo passo è fare spazio a esperienze condivise, meglio se in presenza. Un pomeriggio a teatro, oppure una semplice gita fuori porta, valgono più di un altro video guardato da soli: l’esperienza dal vivo mette i figli a contatto con qualcosa di reale, e mette noi accanto a loro mentre accade. Conta anche come reagiamo al loro fianco. Un genitore che si lascia ancora stupire, davanti a qualcosa di bello, insegna al figlio a fare lo stesso; al contrario, essere troppo severi o aggressivi durante le lezioni impartite durante l’infanzia può avere strascichi importanti. Tornando alla domanda di partenza – amici o educatori – la risposta forse è proprio questa: nel tempo passato davvero insieme, in ciò che si vive fianco a fianco. Navigazione articoli Concessionari ADM: chi sono e come funzionano nel mercato italiano