Da una dipendenza non si esce in un giorno. E nemmeno in linea retta, con i suoi alti e bassi, le partenze e le frenate. È un cammino a tappe, e saperlo prima aiuta ad affrontarlo con realismo: vale per chi lo vive sulla propria pelle, ma anche per chi assiste una persona cara e vorrebbe fare qualcosa per lei. Su come cambiano le persone che convivono con una dipendenza la ricerca clinica ha lavorato per decenni, tanto da aver strutturato un modello che legge il recupero come una sequenza di fasi. Perché il recupero da una dipendenza è un processo a fasi Il modello più conosciuto per descrivere questo percorso è quello transteorico, elaborato dagli psicologi Prochaska e DiClemente. L’intuizione di fondo è semplice: il cambiamento è un processo che attraversa stadi diversi, ognuno con le sue caratteristiche e le sue difficoltà. Questo significa che chi convive con una dipendenza non passa dalla consapevolezza alla guarigione in modo immediato. Prima ancora di pensare di cambiare qualcosa, deve arrivare a riconoscere il problema. Poi a desiderare di affrontarlo, decidere di farlo davvero, e così via. Non esiste una durata standard per nessuna di queste fasi: c’è chi attraversa alcuni passaggi in fretta e chi ha bisogno di mesi, a volte di anni. Forzare i tempi, propri o di chi ci sta accanto, raramente funziona. Rispettarli, invece, è essenziale. Fase 1: la pre-contemplazione e la negazione Nella prima fase, la persona non vede il problema. O meglio, non lo riconosce come tale. È lo stadio della pre-contemplazione, quello in cui chi è coinvolto tende a minimizzare, a giustificare, a spostare l’attenzione su altro. “Posso smettere quando voglio”, “non è così grave”, “ho solo bisogno di rilassarmi”: sono frasi che raccontano questo momento. La negazione, in questa fase, è un meccanismo di difesa che protegge la persona dal dover guardare in faccia una realtà dolorosa. Il ruolo di chi sta intorno, qui, è delicatissimo. I familiari e gli amici sono spesso i primi ad accorgersi che qualcosa non va, ma il loro tentativo di intervenire si scontra con questo muro. Quello che può aiutare non è il giudizio, ma la presenza: restare accanto, esprimere preoccupazione senza colpevolizzare, tenere aperta la porta del dialogo. A volte è proprio la costanza affettuosa di chi non molla a creare, lentamente, le condizioni perché il dubbio inizi a farsi strada. Fase 2: la contemplazione e la consapevolezza A un certo punto qualcosa si incrina. La persona comincia a percepire che forse un problema c’è. È la fase della contemplazione, e il suo tratto distintivo è l’ambivalenza. Si oscilla continuamente tra due poli. Da una parte la consapevolezza crescente che la situazione sta avendo un costo, sulle relazioni, sulla salute, sul lavoro, sull’equilibrio interiore. Dall’altra il legame con la sostanza o il comportamento, che offre ancora qualcosa. Questo tira e molla può durare a lungo. In questo stadio nascono i primi pensieri di cambiamento, ancora timidi, ancora incerti. La persona inizia a informarsi, magari di nascosto, a chiedersi come sarebbe la vita senza quella dipendenza. È un momento prezioso, perché è qui che il seme della trasformazione comincia a germogliare. Chi sta vicino può sostenerlo evitando di mettere pressione, accogliendo i dubbi senza pretendere decisioni immediate. Fase 3: la decisione e la richiesta d’aiuto L’ambivalenza, prima o poi, si scioglie in una direzione. Quando prevale la spinta al cambiamento, si entra nella fase della decisione. La persona sceglie di affrontare il problema, e soprattutto sceglie di non farlo da sola. La richiesta d’aiuto è un passaggio enorme, che richiede coraggio. Ammettere di aver bisogno di supporto, rivolgersi a un professionista o a un centro specializzato, prenotare quella prima visita: sono gesti che segnano un punto di svolta. Per chi desidera capire concretamente approfondire come uscire dalla dipendenza dalla cocaina o da altre forme di dipendenza, è proprio in questo momento che il contatto con una struttura competente fa la differenza. La prima visita, di solito, è un incontro conoscitivo. Serve a creare un primo legame di fiducia, a raccontare la propria storia, a iniziare a delineare cosa serve. È l’inizio di una relazione di cura, e già questo, per molte persone, rappresenta un sollievo: finalmente non si è più soli davanti al problema. Fase 4: il trattamento attivo e la disintossicazione È la fase del lavoro vero e proprio, quella in cui il percorso clinico prende forma. Ogni trattamento viene costruito sulla singola persona, e gli strumenti a disposizione vengono usati in base a quello che serve davvero in quel caso specifico. La psicoterapia resta il pilastro centrale, perché si lavora sulle radici della dipendenza, su ciò che la alimenta e sul groviglio di emozioni. Accanto al percorso psicologico può subentrare il supporto farmacologico, ma solo quando i medici lo ritengono opportuno. E negli ultimi anni si sono aggiunte tecniche come la stimolazione magnetica transcranica, la TMS, impiegata in diversi protocolli come sostegno al trattamento. In questa fase i gruppi di sostegno diventano sempre più importanti, perché trovarsi davanti chi sta attraversando una strada simile alla propria cambia la prospettiva: ci si scopre meno soli, e da quella condivisione nasce una spinta che aiuta ad andare avanti. La gestione dell’astinenza, infine, è il passaggio più delicato sul piano fisico. Nei casi più complessi non viene lasciata al caso, ma affrontata in un ambiente protetto, con il supporto di una struttura clinica adeguata. Fase 5: il mantenimento e la prevenzione delle ricadute Superata la fase acuta, il percorso non finisce. Comincia anzi una delle parti più importanti, quella del mantenimento, in cui l’obiettivo è consolidare i risultati raggiunti e proteggerli nel tempo. In particolar modo è determinante la gestione dei trigger, ovvero quelle situazioni, persone, luoghi o stati emotivi che possono riaccendere il desiderio. Imparare a riconoscerli e a gestirli è una competenza che si costruisce, e che fa parte integrante del lavoro terapeutico. Il supporto continuativo è ciò che rende solido tutto l’impianto. Sapere di poter contare su un riferimento, anche dopo la fase più intensa, dà sicurezza e riduce il rischio di ricadute. Come lo IEuD accompagna ogni fase del recupero L’Istituto Europeo delle Dipendenze accompagna la persona lungo tutto questo percorso, dal primo incontro conoscitivo fino al consolidamento dei risultati. Il punto di partenza è sempre una valutazione approfondita, che permette all’équipe di comprendere la situazione nella sua complessità e di costruire un piano di cura su misura. In base alle esigenze di ciascuno, il trattamento integra strumenti diversi: psicoterapia individuale, supporto farmacologico, sessioni di TMS (usata anche per l’ansia e altri disturbi) e un coinvolgimento attento del nucleo familiare. Le dinamiche relazionali e familiari vengono considerate un contorno, ma una componente essenziale del recupero. A sostegno del percorso, i pazienti hanno a disposizione Closer, un’applicazione gratuita pensata come diario per l’autovalutazione, dove tenere traccia delle attività svolte e definire insieme al terapeuta i propri obiettivi. Il recupero da una dipendenza è una delle sfide più difficili che si possano affrontare, ma è una sfida che si può vincere. Con i tempi giusti, il supporto adeguato e un percorso costruito sulla persona, tornare a una vita piena e libera è l’obiettivo concreto verso cui ogni fase, passo dopo passo, conduce. Navigazione articoli InBuoneMani: la piattaforma che sta cambiando il modo di prenotare osteopati e fisioterapisti